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FINANZA/ Gli Usa pronti alla "bomba" contro la Cina

Pubblicazione:martedì 12 ottobre 2010

BernankeR400.jpg (Foto)

E poi non dite che questo weekend non è stato davvero chiarificatore e non ci ha riservato sorprese inaspettate! Dopo aver scoperto che Giulio Tremonti si candida al ruolo di ministro delle Finanze nel prossimo governo presieduto da Nichi Vendola e l’ennesima tragedia ci ha ricordato che in Afghanistan c’è una guerra a tutti gli effetti e chi va in guerra, spesso, corre il rischio di morire o di uccidere (se volete ancora credere alla barzelletta, tutt’altro che divertente, della missione di pace o del peace enforcement, fate pure), il main issue del fine settimana è stato il flop totale della riunione congiunta G7-Fmi a Washington, chiamata a risolvere la “guerra delle valute” in atto e conclusasi con un colossale nulla di fatto, un rinvio del problema al G20 di novembre (dove saranno presenti Cina e India, figuratevi come finirà) e nemmeno la pubblicazione - per decenza - del documento finale di rito. Complimentoni!

 

La Cina ha detto chiaro e tondo che continuerà a fare ciò che vuole a livello di politica monetaria, ponendo di fatto in stallo i negoziati: nessuno, d’altronde, può permettersi di alzare troppo la voce con Pechino, la quale vanta tra i suoi alleati tutti i paesi emergenti del Bric, primo quel Brasile terrorizzato dalla sopravalutazione del real. È la globalizzazione, bellezza! Il problema è che tutte le nazioni che sono intervenute sui mercati per deprezzare le loro valute - Cina, Corea, Thailandia, Svizzera, Giappone - sono spesso e volentieri le stesse che vantano grossi surplus commerciali verso gli Usa.

 

Insomma, stanno ponendo in essere passi molto reali per evitare che gli Usa escano dalla peggiore situazione di disoccupazione dalla Grande Depressione a oggi, un bel 17,1% stando all’ultimo indice U6 e in continua crescita. Ogni nazione ha la sua ragione per agire: il Giappone per evitare una crisi deflattiva, la Cina per mantenere insieme un sistema politico molto più fragile di quanto appaia (e la reazione scomposta al premio Nobel conferita al dissidente Liu Xiaobo lo dimostra). Il problema è che sono bloccati da una politica mercantilistica di export ormai strutturale, dovevano tagliare il cordone ombelicale con la domanda Usa quando le cose andavano bene e non lo hanno fatto.

 

Ovviamente, per gli Usa questa è una situazione intollerabile: detto fatto, la House of Representatives ha dato il via libera (manca ora il sì del Senato) al Reform for Fair Trade Act, di fatto una legge punitiva verso i cosiddetti manipolatori di valute. La bomba atomica che gli Usa sono pronti a sganciare nel quadro di questa guerra, ovviamente, è una nuova ondata di quantitative easing (QE2) da parte della Fed: gli Stati Uniti sono stati chiari verso tutti in vista del G20: o smettete con la vostra politica predatoria e accettate una formula di compromesso per il ribilanciamento globale, oppure avvieremo un politica di QE2 a oltranza in grado di inondare le vostre economie con liquidità in eccesso, causandovi non pochi problemi di allocazione interna e portando, nell’immediato, al rialzo del costo del lavoro.

 

Continua


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COMMENTI
12/10/2010 - banchieri e champagne (Stefano Gianni)

credo che i commenti di Tremonti siano più che corretti, quelli speculatori (non oso definire finanzieri) non usano soldi loro, ma soldi nostri che hanno sfilato dalle tasche a mezzo mondo con gigantesche operazioni truffaldine. Come per esempio il "filantropo" (da lei stesso chiamato così) Soros.

RISPOSTA:

Caro Gianni, se lei - come mi sembra - è un mio lettore, sa cosa penso della speculazione e del suo ruolo sui mercati: è il corrispettivo del pesce spazzino degli acquari. Riconosce le bolle e le fa esplodere prima che diventino così grandi da devastare il sistema, rimette in riga azioni sopravvalutate di aziende dai bilanci allegri (senza speculazione, Enron avrebbe mandato in default il Texas e non solo), scova e crea profitto da situazioni di malagestione statale, debito pubblico e quant'altro. La speculazione non fa partire le crisi, sale in giostra e scappa con il malloppo. Non le piace? A me sì. George Soros, da lei citato, era uno speculatore quando nel 1992 ha affossato lira e sterlina, operazione possibile proprio a causa dello stato di salute di quelle due nazioni (la colpa non era sua ma dei governanti), oggi è un manipolatore di mercati travestito da filantropo, visto che guida consorterie che decidono strategie rialziste o ribassiste in grande stile a livello strutturale: la differenza c'è ed è macroscopica. Quindi, non solo l'attacco contro la speculazione di Giulio Tremonti non ha senso ma, soprattutto, non ha senso - se non quello della ricerca del facile consenso populista - la distinzione tra banchieri e banchieri. I banchieri d'affari, quelli che Tremonti odia tanto, rischiano in proprio e guadagnano in proprio: sa quanti fondi speculativi sono falliti solo dall'inizio di quest'anno? E poi, come confermato da uno studio del Senato americano, gli hedge funds e la loro attività hanno pesato solo per il 5 per cento sulla crisi. Sono i banchieri buoni, quelli statalisti che piacciono tanto a Giulio Tremonti, ad aver fatto i veri danni. Chi ha fatto indigestione di cds sul rischio di default sovrano di Grecia, Spagna e I'Irlanda? Societe Generale e Deutsche Bank, per loro stessa ammissione. Chi ha chiuso i rubinetti del credito all'impresa e ai cittadini, svelandoci poi attraverso i bilanci che alla voce attivi compariva una leva di esposizione ad investimenti ad alto rischio che una banca commerciale non dovrebbe avere? Unicredit e Intesa-SanPaolo, i presunti banchieri buoni di Giulio Tremonti. A che gioco gioca Tremonti, quindi? Pensa di essere l'unico genio della finanza mentre il resto del mondo è venuto giù con la piena? Non è così: io non temo il Greenlight Capital, temo chi strangola le pmi. E temo il giacobinismo statalista di Giulio Tremonti. Cordialmente. (Mauro Bottarelli)