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FINANZA/ Gli Usa pronti alla "bomba" contro la Cina

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Insomma, gli Usa sono pronti a imporre al mondo una politica di rivalutazione forzata attraverso mezzi brutali e distruttivi e, nei fatti, c’è poco da fare per evitarlo. Cina in testa, costretta ormai a fronteggiare il fatto che nemmeno i suoi lavoratori sono disposti più a lavorare quindici ore per una ciotola di riso: l’instabilità politica e sociale è il vero incubo di Pechino, non l’export. Per la Fed, ovviamente, la politica di QE2 ufficialmente è soltanto uno stimolo all’occupazione, ma tutti sanno che ciò non ha nulla che vedere con la prima ondata di QE, posta in essere come misura obbligata ed emergenziale tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Questa volta non è emergenza, è un’arma strategica e a lungo termine.

 

Guardate i mercati dei cambi di questi giorni, sono bastati i bisbigli al riguardo della Fed per gettare al minimo da quindici anni a questa parte il dollaro contro lo yen, sotto la parità con il franco svizzero e alla “barriera del dolore” di 1,40 contro l’euro. Per Robert Zoellick, capo della Banca Mondiale, «se si lascia scivolare questa disputa monetaria nel protezionismo, rischiamo di correre i medesimi errori del 1930». Ovviamente, certe parole sono d’obbligo quando si ricoprono posizioni in organismi figli di Bretton Woods, la realtà è che guerre di questo tipo divengono necessarie quando lo status quo è giudicato inaccettabile e inemendabile: stiamo giustificando? No, ragioniamo. Lo stesso premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, ha dovuto ammettere che «la gente sta cercando metodi innocui con cui affrontare il problema, soltanto che non ne esistono».

 

D’altronde, la svalutazione fu la cura, non l’errore, del 1930. All’epoca della rottura del Golden Standard, d’altronde, Usa e Francia si comportarono esattamente come la Cina e l’Asia in generale stanno facendo oggi: svalutare strutturalmente le proprie valute e smettere di riciclare i propri surplus commerciali. Questo causò una spirale deflazionaria al ribasso per tutti. Il mercato monetario e gli scontri commerciali, insomma, sono asimmetrici: sono un disastro per paesi con surplus, ma non sempre per paesi con deficit. Dopo il ritiro dall’Empire trade bloc, la Gran Bretagna conobbe cinque anni di crescita boom.

 

D’altronde, il capo della Fed, Ben Bernanke, è lo stesso uomo che parlando a un gruppo di dirigenti junior della sua istituzione definì «un’arma effettiva e funzionale» contro la deflazione, la svalutazione del 40% operata da Roosevelt contro l’oro, aggiungendo che «il 1934 fu uno dei migliori anni in assoluto per il mercato azionario». La Fed, insomma, punta a spingere il dollaro ancora più al ribasso e mantenerlo tale fino a quando non si saranno preparate le condizioni per un rimbalzo molto potente. D’altronde, gli indicatori Usa parlano chiaro: il CPE inflation index della Fed di Dallas è continuato a salire negli ultimi tre mesi, il credito della banca ha smesso di contrarsi, la crescita della fornitura di massa monetaria M2 è accelerata molto in fretta al 7,2% rispetto alla rilevazione del mese precedente, il moltiplicatore monetario della Fed di St. Louis è risalito: insomma, le paure di recessione double-dip di questa estate sono svanite.

 

Continua



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COMMENTI
12/10/2010 - banchieri e champagne (Stefano Gianni)

credo che i commenti di Tremonti siano più che corretti, quelli speculatori (non oso definire finanzieri) non usano soldi loro, ma soldi nostri che hanno sfilato dalle tasche a mezzo mondo con gigantesche operazioni truffaldine. Come per esempio il "filantropo" (da lei stesso chiamato così) Soros.

RISPOSTA:

Caro Gianni, se lei - come mi sembra - è un mio lettore, sa cosa penso della speculazione e del suo ruolo sui mercati: è il corrispettivo del pesce spazzino degli acquari. Riconosce le bolle e le fa esplodere prima che diventino così grandi da devastare il sistema, rimette in riga azioni sopravvalutate di aziende dai bilanci allegri (senza speculazione, Enron avrebbe mandato in default il Texas e non solo), scova e crea profitto da situazioni di malagestione statale, debito pubblico e quant'altro. La speculazione non fa partire le crisi, sale in giostra e scappa con il malloppo. Non le piace? A me sì. George Soros, da lei citato, era uno speculatore quando nel 1992 ha affossato lira e sterlina, operazione possibile proprio a causa dello stato di salute di quelle due nazioni (la colpa non era sua ma dei governanti), oggi è un manipolatore di mercati travestito da filantropo, visto che guida consorterie che decidono strategie rialziste o ribassiste in grande stile a livello strutturale: la differenza c'è ed è macroscopica. Quindi, non solo l'attacco contro la speculazione di Giulio Tremonti non ha senso ma, soprattutto, non ha senso - se non quello della ricerca del facile consenso populista - la distinzione tra banchieri e banchieri. I banchieri d'affari, quelli che Tremonti odia tanto, rischiano in proprio e guadagnano in proprio: sa quanti fondi speculativi sono falliti solo dall'inizio di quest'anno? E poi, come confermato da uno studio del Senato americano, gli hedge funds e la loro attività hanno pesato solo per il 5 per cento sulla crisi. Sono i banchieri buoni, quelli statalisti che piacciono tanto a Giulio Tremonti, ad aver fatto i veri danni. Chi ha fatto indigestione di cds sul rischio di default sovrano di Grecia, Spagna e I'Irlanda? Societe Generale e Deutsche Bank, per loro stessa ammissione. Chi ha chiuso i rubinetti del credito all'impresa e ai cittadini, svelandoci poi attraverso i bilanci che alla voce attivi compariva una leva di esposizione ad investimenti ad alto rischio che una banca commerciale non dovrebbe avere? Unicredit e Intesa-SanPaolo, i presunti banchieri buoni di Giulio Tremonti. A che gioco gioca Tremonti, quindi? Pensa di essere l'unico genio della finanza mentre il resto del mondo è venuto giù con la piena? Non è così: io non temo il Greenlight Capital, temo chi strangola le pmi. E temo il giacobinismo statalista di Giulio Tremonti. Cordialmente. (Mauro Bottarelli)