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FINANZA/ Gli Usa pronti alla "bomba" contro la Cina

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Ma gli Usa sono proprio certi che una politica di QE2 garantirà anche una crescita dei posti di lavoro interna, invece che farlo in Cina, Giappone o Germania attraverso una politica di dollaro ai minimi? Il problema è che il momento è delicatissimo e già ci sono segnali di corsa verso petrolio e risorse esattamente come nella metà del 2008, una possibile dinamo della grande recessione: c’è quindi il rischio che uno shock della commodities annulli i possibili effetti benefici del QE2 prima che questi si palesino.

 

Siamo a uno snodo storico, tanto più che nonostante lo si neghi in pubblico, la Francia sarebbe intenzionata - in qualità di presidente del G20 - a proporre un’alternativa al dollaro, ipotesi di cui starebbe ufficiosamente parlando da tempo con le autorità cinesi. Siamo all’idea del Bancor keynesiano, ovvero valute prezzate in base a un paniere di metalli: se così sarà, gli Usa vedranno il loro dominio decennale a forte rischio. E reagiranno senza pietà, inondandoci di liquidità (più qualche dispettuccio gestito da solerti servizi segreti e affini). Resta una questione aperta: può il blocco confuciano di Cina-Asia condividere un sistema commerciale aperto e globale con le vecchie democrazie occidentali? A voi, se vorrete dedicare un po’ del vostro tempo a questa domanda, la risposta.

 

Un dato di fatto, però, appare certo e acclarato: le riserve in valute estere della Cina hanno toccato il record di 2,5 trilioni di dollari, fatto che per molti rappresenta un freno alla ripresa economica mondiale. Solo nel terzo trimestre, la detenzione valutaria è salita di 48 miliardi di dollari, stando a un dato reso noto da Bloomberg, rispetto ai 7 miliardi del trimestre precedente, l’aumento minore degli ultimi undici anni: la Banca centrale cinese, bontà sua, dovrebbe rendere note le figure ufficiali questa settimana. Per Tom Orlik, analista valutario per la Stone&McCarthy Research Associates a Pechino, «questa enorme crescita di assets in valute straniere non farà altro che offrire altre munizione a quei critici che reclamano a gran voce l’apprezzamento dello yuan».

 

Per la Standard Chartered, «la debolezza del dollaro, specialmente contro l’euro, probabilmente ha pesato nella crescita delle riserve nel terzo trimestre attraverso l’incremento del valore del dollaro negli assets denominati in altre monete». Insomma, gli eserciti sono schierati. E non per una battaglia, ma per una guerra che si prospetta lunga e in grado di cambiare completamente il volto agli equilibri globali che conosciamo. Mentre a Milano non si è nemmeno deciso tra l’acquisto, l’affitto o l’esproprio dei terreni necessari per l’Expo del 2015, a Shanghai, sede dell’Expo di quest’anno, sono già pronti i piani per radere completamente al suolo le strutture fieristiche e fare posto al più grande polo finanziario asiatico, capace di competere e battere Hong Kong e Tokyo nell’arco di un decennio.

 

Per He Ying, docente universitario con funzioni di consulente per il governo cittadino, il lavoro è già cominciato, Shanghai sarà la nuova piazza finanziaria del continente». Capito, laggiù non si è nemmeno terminato l’Expo che già si abbatte, si lavora e si ricostruisce: qui, non si comincia neppure. Ecco la differenza tra l’Occidente e la Cina, battaglie valutarie a parte. Il nuovo ruolo, porterà con sé una regolamentazione legale, una nuova politica fiscale e anche una libera convertibilità dello yuan dal 2020: insomma, un nuovo mondo che per Dong Tao di Credit Suisse vedrà Shanghai «emergere come grande centro finanziario al massimo entro dieci anni, visto che l’apprezzamento valutario continuerà e le riserve enormi della Cina le impongono di avere un centro finanziario proprio. E la supervisione finanziaria cinese sta copiando pedissequamente quelle britannica, americana e di Singapore». Già, le enormi riserve cinesi in valuta...

 

Continua



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COMMENTI
12/10/2010 - banchieri e champagne (Stefano Gianni)

credo che i commenti di Tremonti siano più che corretti, quelli speculatori (non oso definire finanzieri) non usano soldi loro, ma soldi nostri che hanno sfilato dalle tasche a mezzo mondo con gigantesche operazioni truffaldine. Come per esempio il "filantropo" (da lei stesso chiamato così) Soros.

RISPOSTA:

Caro Gianni, se lei - come mi sembra - è un mio lettore, sa cosa penso della speculazione e del suo ruolo sui mercati: è il corrispettivo del pesce spazzino degli acquari. Riconosce le bolle e le fa esplodere prima che diventino così grandi da devastare il sistema, rimette in riga azioni sopravvalutate di aziende dai bilanci allegri (senza speculazione, Enron avrebbe mandato in default il Texas e non solo), scova e crea profitto da situazioni di malagestione statale, debito pubblico e quant'altro. La speculazione non fa partire le crisi, sale in giostra e scappa con il malloppo. Non le piace? A me sì. George Soros, da lei citato, era uno speculatore quando nel 1992 ha affossato lira e sterlina, operazione possibile proprio a causa dello stato di salute di quelle due nazioni (la colpa non era sua ma dei governanti), oggi è un manipolatore di mercati travestito da filantropo, visto che guida consorterie che decidono strategie rialziste o ribassiste in grande stile a livello strutturale: la differenza c'è ed è macroscopica. Quindi, non solo l'attacco contro la speculazione di Giulio Tremonti non ha senso ma, soprattutto, non ha senso - se non quello della ricerca del facile consenso populista - la distinzione tra banchieri e banchieri. I banchieri d'affari, quelli che Tremonti odia tanto, rischiano in proprio e guadagnano in proprio: sa quanti fondi speculativi sono falliti solo dall'inizio di quest'anno? E poi, come confermato da uno studio del Senato americano, gli hedge funds e la loro attività hanno pesato solo per il 5 per cento sulla crisi. Sono i banchieri buoni, quelli statalisti che piacciono tanto a Giulio Tremonti, ad aver fatto i veri danni. Chi ha fatto indigestione di cds sul rischio di default sovrano di Grecia, Spagna e I'Irlanda? Societe Generale e Deutsche Bank, per loro stessa ammissione. Chi ha chiuso i rubinetti del credito all'impresa e ai cittadini, svelandoci poi attraverso i bilanci che alla voce attivi compariva una leva di esposizione ad investimenti ad alto rischio che una banca commerciale non dovrebbe avere? Unicredit e Intesa-SanPaolo, i presunti banchieri buoni di Giulio Tremonti. A che gioco gioca Tremonti, quindi? Pensa di essere l'unico genio della finanza mentre il resto del mondo è venuto giù con la piena? Non è così: io non temo il Greenlight Capital, temo chi strangola le pmi. E temo il giacobinismo statalista di Giulio Tremonti. Cordialmente. (Mauro Bottarelli)