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BIG SOCIETY/ 2. Campiglio: è la terza via italiana per evitare un altro '29

Pubblicazione:mercoledì 13 ottobre 2010

Big_Society_CameronR400.jpg (Foto)

La riflessione di Giorgio Vittadini sull’idea di “Big Society”, proposta dal premier inglese David Cameron, ripropone una questione centrale e cioè la natura del concetto e della pratica di democrazia in società mature, come quella italiana.

 

La questione è vitale perché si intreccia in modo indissolubile con la crescente domanda del riconoscimento di problemi e soluzioni che hanno la natura di un “bene comune”, cioè di valori e comportamenti indirizzati a un obiettivo buono e desiderabile per un’intera comunità. La disaffezione dei cittadini dalla politica non è un fenomeno solo italiano, ma è proprio in Italia che le conseguenze appaiono più evidenti, con un crescente disorientamento dei cittadini e delle imprese, che trovano molto più naturale cercare un dialogo con chi è più prossimo, perché ne condivide i problemi e il linguaggio, piuttosto che un potere centrale che ormai sembra refrattario anche alle ragioni del consenso elettorale.

 

Le democrazie moderne, alcune più di altre, sono inceppate fra gli opposti di un decisionismo di facciata e un consenso conquistato al prezzo di una paralisi del cambiamento: una via d’uscita deve essere trovata, e la promozione della sussidiarietà è lo snodo centrale per un progetto democratico che avvicini, anziché allontanare, i cittadini alla partecipazione politica. È necessaria una via alternativa rispetto al dualismo fra la tradizione della democrazia classica e la poliarchia dei grandi Stati, che nel corso di questa crisi hanno riacquistato un ruolo centrale nel governo della politica economica mondiale, mentre il mito di una globalizzazione dissolutrice dei confini si va dissolvendo in modo parallelo.

 

Il riconoscimento dell’appartenenza a comunità locali, come parti costitutive di una comunità nazionale, è centrale proprio perché l’intenzione di perseguire un “bene comune” richiede in misura crescente un reciproco riconoscimento di comunità sempre più ampie, perché i confini dei “beni comuni” non coincidono con quelli politici e in alcuni casi coinvolgono continenti o il mondo. Si avanza invece la globalizzazione responsabile della sopravvivenza umana che incontra il limite crescente delle risorse finite del pianeta e che richiede nuove forme di dialogo e partecipazione: il nodo centrale è quello del rapporto fra la persona umana e i livelli di comunità dei quali essa si riconosce parte e nei quali, di conseguenza, partecipa in modo attivo.

 

Continua


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COMMENTI
13/10/2010 - condivido ma attenti agli inganni (romano calvo)

Condivido la riflessione del prof. Campiglio ma continuo a mettere in guardia da una lettura della sussidiarietà in senso anti-statale. Gli esiti sperati dai teorici della sussidiarietà non possono realizzarsi senza un forte recupero della capacità regolatrice dell'istanza pubblica verso l'economia. La Dote Scuola non potrebbe funzionare se la Regione Lombardia non avesse deciso di impiegare ingenti risorse "pubbliche". Il fatto che la politica sia fortemente in crisi non significa che sia venuta meno la funzione regolatrice pubblica. Mi stupisce che non si affacci mai l'ipotesi per cui se la politica viene oggi messa in discussione è proprio perché ha rinunciato al proprio ruolo di governo, avendo delegato alle banche ed al mercato il compito di decidere in materia di redditi, lavoro, pensioni, servizi sociali, istruzione, casa. La politica viene messa in discussione perché si è auto condannata all'impotenza e ridotta a spartirsi privatisticamente le spoglie di quello che fu lo Stato sociale. La valorizzazione delle comunità locali e dei corpi intermedi è necessaria per uscire dalla crisi. Ma il movimento dal basso non produce nulla se non è accompagnato da un movimento dall’alto. Per questo un profondo cambiamento nella classe politica e negli assetti di governo pubblico dell’economia, è ineludibile. Propongo a questo proposito la lettura del report del Commissario Tim Jackson, “Prosperity without growth? The transition to a sustainable economy”. romano.calvo@libero.it