BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

BIG SOCIETY/ 2. Campiglio: è la terza via italiana per evitare un altro '29

Big_Society_CameronR400.jpg(Foto)

Per questi motivi il dibattito aperto da Cameron pone un problema reale e urgente, che sarebbe sterile confinare nei desueti schemi di una dialettica fra Stato e mercato, poiché pone invece un problema di democrazia sostanziale e irrisolta, in Italia come negli altri grandi paesi, a partire dagli Stati Uniti. Ed è proprio nelle transizioni epocali delle grandi crisi, come negli anni ‘30, che questi carenze di democrazie si manifestano con maggior evidenza, perché un numero crescente di strati sociali non riesce più a trovare canali istituzionali attraverso cui esprimere il proprio disagio, come accade oggi per le donne, i giovani, i disoccupati e quei gruppi sociali che non hanno sufficiente peso elettorale per conquistare un peso nell’agenda politica del governo.

 

Deve far riflettere come molte delle iniziative filantropiche che sono apparse sulla scena proprio in questi momenti difficili, abbiano anche una caratterizzazione legate alle comunità locali di appartenenza, perché chi dona lo fa con la consapevolezza e la gratitudine di ritornare quanto ha ricevuto dalla vita sia in virtù dei propri meriti che del sostegno di chi, da vicino, ha contribuito al suo successo. I paesi che prosperano davvero sono quelli nei quali la grande borghesia dirigente definisce se stessa in un rapporto genuinamente democratico con la comunità da cui proviene e senza della quale non avrebbe raggiunto i risultati acquisiti.

 

Anche in Italia non mancano segnali in questo senso, perché è fertile il terreno su cui i semi della solidarietà possono crescere, ma è necessario che i casi isolati riportino alla memoria le tradizioni di un passato recente che ha reso prospero e unito questo paese.

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
13/10/2010 - condivido ma attenti agli inganni (romano calvo)

Condivido la riflessione del prof. Campiglio ma continuo a mettere in guardia da una lettura della sussidiarietà in senso anti-statale. Gli esiti sperati dai teorici della sussidiarietà non possono realizzarsi senza un forte recupero della capacità regolatrice dell'istanza pubblica verso l'economia. La Dote Scuola non potrebbe funzionare se la Regione Lombardia non avesse deciso di impiegare ingenti risorse "pubbliche". Il fatto che la politica sia fortemente in crisi non significa che sia venuta meno la funzione regolatrice pubblica. Mi stupisce che non si affacci mai l'ipotesi per cui se la politica viene oggi messa in discussione è proprio perché ha rinunciato al proprio ruolo di governo, avendo delegato alle banche ed al mercato il compito di decidere in materia di redditi, lavoro, pensioni, servizi sociali, istruzione, casa. La politica viene messa in discussione perché si è auto condannata all'impotenza e ridotta a spartirsi privatisticamente le spoglie di quello che fu lo Stato sociale. La valorizzazione delle comunità locali e dei corpi intermedi è necessaria per uscire dalla crisi. Ma il movimento dal basso non produce nulla se non è accompagnato da un movimento dall’alto. Per questo un profondo cambiamento nella classe politica e negli assetti di governo pubblico dell’economia, è ineludibile. Propongo a questo proposito la lettura del report del Commissario Tim Jackson, “Prosperity without growth? The transition to a sustainable economy”. romano.calvo@libero.it