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FINANZA/ 1. Dalla Corea una nuova minaccia per gli Usa

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A questo proposito segnali di distensione sono arrivati dalla Cina, visto che nel corso del vertice Yi Gang, il numero due della Bank of China, ha detto che «la Cina continuerà a mantenere alta la domanda interna e procederà alla riforma graduale dello yuan», mentre per John Lipsky, vice direttore generale del Fmi, «non c’è nessuna guerra sulle monete ma un approccio coerente e cooperativo». Due non-sense in una sola frase, siamo a livelli di record: la Cina millanta apprezzamenti dello yuan che per essere reali dovrebbero essere almeno del 30% annuo ma, in realtà, traccheggia e lavora già al piano di sviluppo globale, ovvero quando sarà la prima potenza economica del mondo si sarà dotata di una grande piazza finanziaria a Shanghai che distruggerà Singapore e farà paura ad Hong Kong e, soprattutto, abbandonerà la logica del peg lasciando lo yuan libero di fluttuare sul mercato dei cambi.

 

Il tutto per un solo motivo, da qui al 2020 (data studiata da Pechino per il sorpasso definitivo) la Cina non solo detterà le regole, le scriverà e le farà anche rispettare: tutti i poteri in mano a un solo soggetto. E i balletti valutari degli ultimi giorni, parlano la lingua di un nervosismo sospetto degli investitori-operatori. Nella mattinata di ieri l’euro ha segnato un deciso ribasso rispetto al dollaro, quotando 1,3874 dollari contro 1,4019 di venerdì in chiusura. Sempre forte lo yen, che sale contro l’euro a 112,6 da 113,81 e contro il dollaro a 81,16 da 81,31. Insomma, gli investitori stanno aggiustando le proprie posizioni in vista dei vertici internazionali in programma, visto che settimana scorsa l’euro era salito fino a 1,4159 dollari, il massimo dal 26 gennaio scorso.

 

La prudenza sui mercati sembra prevalere, mentre l’attesa di eventuali interventi del Giappone sui mercati sembra meno probabile, dopo che il dollaro ha toccato settimana scorsa il minimo da 15 anni a 80,88 yen senza segnali di intervento. A tenere banco, però, è sempre la scelta della Fed di inondare i mercati con un’altra messe di quantitative easing, comprando obbligazioni a man bassa, spargendo ulteriore liquidità “inesigibile” in circolo e puntando a una frantumazione controllata della concorrenza, ovvero minare le fondamenta dei partner internazionali senza però azionare opzioni shock che si ripercuoterebbero sugli stessi States, costretti a far buon viso a cattivo gioco vista la detenzione estera del loro debito.

 

Qualcosa, però, scricchiola. La Corea del Sud, quinto detentore al mondo di riserve in valuta estera, sta considerando infatti di espandere, e non di poco, il proprio portafoglio, pesantemente denominato proprio in dollari, guardando all’oro come bene alternativo. Per Kim Choong-Soo, governatore della Banca centrale sudcoreana, «occorre ragionare in maniera molto attenta riguardo l’aumento dei volumi aurei delle nostre riserve estere». Detto fatto, se Seoul si muoverà in tal senso avrà avuto ragione chi settimane fa pronosticava un ulteriore rally dell’oro.

 

C’è da dire che la Corea del Sud ha il livello di riserve auree più piccolo tra le economie avanzate - 14 tonnellate, ovvero lo 0,2% dei suoi 290 miliardi di dollari di riserve -, visto che la media mondiale è del 10% stando a dati del World Gold Council e che Usa, Germania e Francia vantano riserve in oro per oltre il 50% de totale. Quindi, in tempi di crisi, turbolenze valutarie e rischi di ripresa ulteriormente rallentata, un investimento di diversificazione nel bene rifugio per antonomasia non appare teoricamente un’eresia, solo che i valori attuali e la crisi a orologeria innescata dal governo sudafricano, capace di inventarsi un’emergenza furti tra i dipendenti di alcune delle sue più fruttuose miniere (la African Barrick, con tempismo perfetto, ha infatti annunciato un crollo delle produzione di 30mila once quest’anno a causa di licenziamenti e sospensioni di personale accusato di rubare), sconsiglierebbero investimenti a molti zeri o, comunque, strutturali.

 

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