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FINANZA/ 1. Dalla Corea una nuova minaccia per gli Usa

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Il problema è che la febbre asiatica per l’oro, comincia a diventare davvero un qualcosa di molto serio: Cina, India, Thailandia e Bangladesh si sono già lanciate in uno shopping aureo sfrenato all’interno di un mercato reso squeezy dall’alt alle vendite d’oro deciso dalle banche centrali europee. Stando all’ultima valutazione dell’azienda di consulting sui metalli preziosi GFMS, le banche centrali mondiali stanno per diventare quest’anno acquirenti netti d’oro per la prima volta dal 1988: un anno che, non a caso, anticipò di pochi mesi il big bang del vecchio ordine mondiale.

 

Storicamente, poi, Seul ha sempre preferito obbligazioni legate al Tesoro che commodities poiché le prime sono più liquide e possono essere utilizzate come arma per tenere sotto controllo la notoriamente volatile moneta locale: il problema è che a oggi il 63% delle riserve estere sudcoreane è denominato in dollari, con il resto diviso tra euro, sterline e yen. Per Lee Ji-Pyeong, ricercatore al LG Economic Research Institute, «la banca centrale coreana resterà in questo limbo di esitazione ancora per un po’ in attesa che i prezzi dell’oro calino, cosa che non accadrà. Avrebbe dovuto cominciare a creare stocks aurei lo scorso anno ma nessuno pensava alla necessità di una diversificazione a questi livelli. Nonostante il prezzo dell’oro sia salito molto e molto in fretta, il trend è destinato a restare in crescita vista anche la debolezza del dollaro, le parole di Bernanke riguardo un nuovo programma di quantitative easing e la fame d’oro delle banche centrali in periodo di tassi ancora estremamente bassi».

 

Se però Seul deciderà di sfidare la logica e si getterà nel mercato aureo, un minimo aumento percentuale di acquisti in oro per le riserve si tradurrà in qualcosa come 100-200 tonnellate d’oro, un fonte di domanda pesante in un contesto di produzione annuale mondiale di sole 2500 tonnellate. Capite da soli che se il presidente di turno e paese organizzatore del G20 che si terrà tra due settimane si arrovella con scelte strategiche simili, significa che la discussione rischia di prendere la piega delle perle regalateci da Dominque Strauss-Kahn: ma Seul ha lanciato il sasso, nascondendo la mano per un motivo particolare.

 

Al meeting, infatti, la presidenza chiederà l’introduzione di un sistema globale di reti di salvataggio finanziario che potrebbe incoraggiare molti paesi e detenere riserve minori. Cash is king, nessuno - Cina in testa - accetterà mai una proposta simile. Siamo alla guerra di retroguardia, alla strategia pura in attesa di un evento shock che nessuno sembra riuscire a prefigurare: siamo ai livelli del 1988 per richiesta d’oro, potrebbe essere la vigilia di un nuovo 1989.



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