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FINANZA/ 1. Fortis: rintronati come il Giappone di 20 anni fa. Forte: ci fosse la Comit…

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L’economista Francesco Forte si sofferma soprattutto sulla situazione italiana e difende l’operato di Giulio Tremonti: “Innanzitutto le politiche di crescita non dipendono dal ministero dell’Economia. E poi mi sembra che sia il ministro dell’Economia che il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si stiano muovendo bene in questa situazione di crisi. Noi dobbiamo guardare al Paese per vedere quali sono i veri problemi che dobbiamo affrontare”.

 

Francesco Forte indica: “Il capitolo della produttività. Se non si affronta il problema della contrattazione collettiva in termini più flessibili è difficile recuperare produttività. Da questo punto non se ne esce. E aggiungo che qui ci troviamo di fronte anche a un fatto culturale”. Ma Forte non si ferma e mette in fila altri fatti culturali: “In questo Paese, e veniamo a un altro capitolo del problema, è difficile investire. Noi potremmo fare solo l’elenco infinito degli ostacoli che si trovano di fronte a chi vuole investire. Persino per gli investimenti pubblici ci troviamo di fronte alle lobby degli architetti, a questioni urbanistiche. Non è concepibile che un paese sia costellato da tanti ostacoli. Aggiungiamo poi la cultura della magistratura. Qui escono dalle università e da facoltà di legge, che non contemplano più discipline economiche come un tempo, magistrati che parlano solo di questioni finanziarie ed economiche, di cui non sembrano comprendere molto. L’atteggiamento verso chi investe è quello di una sorta di speculatore che immediatamente viene demonizzato. Per quale ragione allora qualcuno dovrebbe investire in Italia?”

 

E il comportamento delle banche in questo periodo? “Mi limito a guardare la generazione dei nostri banchieri. Quelli che lavorano nelle banche territoriali, quelli che sono nelle ‘popolari’ hanno una grande competenza e stanno facendo un ottimo lavoro. Ma se guardo ai banchieri dei nostri grandi istituti di credito mi rendo conto che appartengono a una nuova generazione, quella dei banchieri-finanzieri, non quella dei banchieri che guardavano allo sviluppo industriale. Detto in altre parole, rimpiango la vecchia Comit, la Banca Commerciale Italiana con tutto il suo patrimonio di conoscenze e di know how”.

 

(Gianluigi Da Rold)

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