BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ 2. Il ritorno dei titoli tossici spaventa le banche

Trader_Borsa_UsaR400.jpg (Foto)

Al G20 si è parlato tanto al riguardo ma, come sempre, non si è concluso nulla. Mentre in base al Credit Risk Retention Act promulgato dalla House of Representatives statunitense nel dicembre 2009, le banche coinvolte nella creazione di titoli garantiti da attività sono obbligate a trattenere il 5% dei titoli creati e una proposta di legge presentata in Senato vorrebbe portare questa percentuale al 10%, con l’ovvia proibizione per le banche di cercare copertura o trasferire i rischi derivanti dalla detenzione in portafoglio.

 

Nobile intento, ma dal forte odore di atto populistico destinato a non disturbare, nella realtà, il manovratore, visto che un livello di rischio trattenuto così basso non sarà certo sufficiente a modificare i comportamenti delle banche e della loro fame di profitti: perdono cento, guadagnano comunque mille. In sé, poi, non è nemmeno la detenzione del rischio l’unica chiave di lettura della crisi, visto che la maggior parte della tranche supersenior del Cdo con rating AAA è rimasta nei portafogli degli operatori finanziari anziché essere venduta agli investitori: allo scoppio della crisi, circa il 34% di tutti gli attivi delle principali banche statunitensi era collegato al settore immobiliare, percentuale che per le piccole banche giungeva al 44%.

 

Ecco spiegato il perché delle perdite colossali registrate: gli operatori finanziari trattenevano una parte dei rischi non perché si fidassero ciecamente del giocattoli, ma poiché per i trader era una fonte di guadagno. Non serve, come qualcuno vorrebbe, abolire le cartolarizzazioni: occorrerebbe in primo luogo la standardizzazione, ovvero un’omogeneità nelle procedure di creazione dei titoli garantiti da attività e in secondo luogo una regolamentazione stringente dei Cdo. Già, perché se è infatti relativamente facile apportare un po’ di trasparenza ai plain vanilla, ovvero le varianti più semplici dei titoli garantiti da attività, decisamente più dura, anzi quasi impossibile, appare la speranza di rendere “tracciabili” i titoli complicati come i Cdo o addirittura i Cdo2 e Cdo3.

 

Come funziona, infatti, la creazione di un ipotetico Cdo? Prendiamo un migliaio di prestiti individuali differenti, ovvero mutui ipotecari commerciali, mutui residenziali, prestiti auto, saldi negativi su carte di credito, prestiti a piccole imprese, agli studenti o alle società. Impacchettiamoli per bene tutti insieme in un titolo garantito da attività (Abs), poi prendiamo quell’Abs e combiniamolo con altri novantanove tipi di Abs diversi, in modo da averne un centinaio e otteniamo così un Cdo. Come in una ricetta gastronomica che avanza ingrediente dopo ingrediente, prendiamo quindi questo Cdo e combiniamolo con altri novantanove tipi diversi di Cdo, ciascuno dei quali basato su un proprio mix di Abs e attività sottostanti.

 

Detto fatto, in teoria il potenziale acquirente di questo Cdo2 dovrebbe in qualche modo riuscire a valutare la qualità e il contenuto di dieci milioni di prestiti sottostanti. Impossibile, quasi luciferino. Non a caso, nell’ambiente finanziario l’acronimo di Cdo è “Chernobyl Death Obligations”. Insomma, la ricetta sarebbe semplice: ovvero, preparare salsicce finanziarie con ingredienti di qualità e non mischiando carne di vitello e maiale con altra marcia o avvelenata. Solo che questo comporta una perdita di profitto, ovvero il primo peccato capitale del broker e dell’investment banker.