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SCENARIO/ 1. Ecco perché l’Italia non può fare a meno del progetto Marchionne

Fiat_Catena_MontaggioR400.jpg (Foto)

Ma torniamo alle faccende di casa nostra. La nuova Fiat, quella che si accinge a separarsi dall’Industrial, dove si concentreranno camion e trattori, è al bivio: o decolla Fabbrica Italia, innescando un circolo virtuoso che richiede un enorme sforzo del Paese, o continuerà l’esodo verso l’Est o il Sud del mondo. Magari attraverso la formula delle alleanze che, spesso, possono mascherare le delocalizzazioni. Non è partita di poco conto, per un’economia manifatturiera come la nostra. Senza l’aiuto dell’auto, infatti, sarà difficile schiodare il Pil italiano dall’attuale tasso di crescita (l’1%, per il 2010 e il 2011). O garantire un futuro all’indotto che lavora anche per i competitor tedeschi, alle prese con la concorrenza dell’Est.

 

Ma per assicurare la ripresa non basta rimettere ordine nelle fabbriche o impegnarsi sul fronte della produttività. Occorre, semmai, uno sforzo in più sul fronte della ricerca. O più ancora, del sistema. Perché non prevedere una regola eguale per tutte le città che imponga che, a partire dal 2015, possano circolare nei centri storici solo le vetture dotate di motori con tecnologia “verde”? In questo modo le industrie (non solo la Fiat, ma il ricco indotto che opera nel gpl o in altri propulsori) avrebbe lo stimolo per investire.

 

Certo, ci vorrebbe un impegno bipartisan, per tutelare le aziende dal rischio che la legislazione possa cambiare al cambio di un governo. E ci vorrebbe un gesto di buon senso da parte delle tante autorità locali che, per un federalismo malinteso, vorrebbero legiferare in materia. Ma sarebbe un gesto importante, e ben poco costoso, per contribuire a una vera politica industriale.

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