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SCENARIO/ 1. Così Cina, Germania e Giappone aiutano l'Italia "appesa" a un filo

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Pressato tra necessità del rigore ed inefficienza strutturale, difficilmente il mercato italiano troverà a breve/medio termine le condizioni per una forte crescita interna. Pertanto la nostra economia potrà crescere solo se trainata dall’export. Al riguardo c’è l’ottima notizia che le imprese italiane restano competitive nel mercato globale. Ma proprio per questo dobbiamo prestare massima attenzione alla sua stabilità. 

 

Il summit dei ministri economici e banchieri centrali del G20 in Corea del Sud, nel fine settimana, non ha registrato accordi, anzi, ma è stato fonte di un segnale importante: non c’è convergenza tra la principali economie del pianeta - America, Cina, Eurozona, Giappone - ma nessuna di queste vuole disordine, inteso come innesco di svalutazioni competitive multiple e protezionismi. È una buona notizia perché indica che i principali attori del mercato globale, pur divisi, non faranno - per il momento - mosse destabilizzanti.

 

Il problema è il seguente. Il mercato interno americano, poiché è il più aperto e capitalizzato sul piano dei consumi interni, assorbe l’export di tutto il mondo, ma i Paesi esportatori non importano a sufficienza perché tengono i loro mercati o semichiusi (Cina) o a bassa crescita interna (europei e giapponesi) creando così uno squilibrio a danno dell’America (deficit commerciale, pressione competitiva che induce disoccupazione, ecc.). Tale squilibrio è peggiorato dalla svalutazione competitiva dello yuan cinese (attorno al 30%).

 

 

L’America, un po’ perché ha la priorità di reflazionare la sua economia a ripresa troppo lenta e un po’ per riequilibrare il sistema economico internazionale a suo favore, preme affinché Pechino rivaluti sostanzialmente lo yuan e aumenti le importazioni capitalizzando le masse, invece che tenere il surplus da export concentrato nel suo fondo sovrano.


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