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FINANZA/ Gli 11 secondi che tengono in scacco Wall Street

Wall_Street_BandiereR400.jpg (Foto)

Operazione, questa, dalla dubbia utilità, ma dal certo effetto collaterale di portare a una massiccia vendita di dollari sui mercati, un selloff che sempre secondo David Bloom sta avvenendo già oggi troppo in fretta. Insomma, l’America apparentemente naviga a vista. Ma solo apparentemente. Il paese sembra pronto a uno scossone e in effetti la politica di tassi bassi e denaro a buon mercato sta creando investimenti di capitali intensivi, non ventures per la creazione intensiva di posti di lavoro.

 

Occorre, quindi, cambiare rotta. E di corsa. Anche perché, piaccia o meno, Wall Street sta creando le condizioni per una nuova bolla, visto che, dati alla mano, nel 70% degli scambi azionari su quella piazza, i titoli vengono detenuti in media per 11 secondi. Avete capito bene, 11 secondi! I “mercati” non hanno più nulla a che fare con la legge della domanda e offerta, né tantomeno hanno più la funzione di scoprire il “giusto” prezzo: semplicemente non sono più “mercati”, non hanno più nulla di umano, sono governati da computer superveloci e algoritmi che giocano l’uno contro l’altro, automaticamente, su volumi enormi che basano i loro profitti sull’ottimizzazione del differenziale; si campa sul pair spread ad altissima velocità aprendo posizioni quando lo spread sfonda al ribasso per la seconda volta il supporto più alto (dopo averlo superato) e chiudendo la posizione quando lo spread cade sotto il supporto minimo e il profitto è già conseguito. Sono tutte scommesse a breve termine, brevissimo.

 

A confermarlo è il fondatore di Tradebot, azienda leader dell’high frequency trading con sede a Kansas City, che durante una lezione tenuta a degli studenti di economia ha detto chiaramente di non detenere mai un’azione per più di 11 secondi: e Tradebot non ha chiuso una sola giornata di contrattazione in perdita negli ultimi quattro anni. Capite che si creano volumi artificiali di scambio con detenzioni lampo di titoli e, soprattutto, miliardi di ordini a cancellazione automatica: stanno giocando a “war games” con la Borsa, come se la crisi non fosse bastata.

 

A New York lo sanno, ma finché la barca va, nessuno si preoccupa di intervenire: il dibattito sul flash trading è acceso e dottissimo a livello accademico, ma non va oltre il mero esercizio di stile. Cosa aspettarci, quindi? Troppi appaiono gli indizi in campo per non sentire un forte odore di strategia parallela, ovvero il fatto che negli Stati Uniti, ancora una volta, siano le elite e gli strati intermedi del potere a prendere le decisioni, non i vertici istituzionali visibili. La cosa, d’altronde, non deve stupire: in gioco c’è la sopravvivenza stessa degli States come prima potenza mondiale.

 

L’Europa, come al solito, sta ai margini e non spaventa nessuno, anzi subisce il contraccolpo del super-euro alimentato dalle svalutazioni di massa degli altri partner, ma la Cina continua a muoversi e ad attrarre investimenti, come ha dimostrato il numero record di visitatori (oltre 200mila) e accordi stretti registrato alla Fiera di Canton, di fatto la vetrina della Cina sul mondo. Di più, Pechino punta a espandere la sua influenza all’estero, basti vedere l’ultimo sbarco in grande stile a Londra della Agricultural Bank of China, terzo istituto del paese per depositi, capace di sbaragliare tutti i prezzi sul mercato per accaparrarsi 3mila metri quadrati di uffici di fronte alla Bank of England.


COMMENTI
26/10/2010 - in 5 minuti (Fabrizio Terruzzi)

Quello che fa riflettere è l’inerzia dei governi di fronte a certi problemi. La borsa ormai è più simile al Casinò di Montecarlo che distrugge risorse anziché convogliarle verso investimenti produttivi? È un problema che risolverei in 5 minuti. Tassando i profitti speculativi e detassando quelli che tali non sono ovvero premiando i comportamenti virtuosi. Dov’è il problema? Almeno proviamoci.