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SCENARIO/ 2. L'ultima sfida del riformista Cameron al "socialista" Tremonti

La partita sul welfare che si gioca in Gran Bretagna riguarderà tutta l’Europa: la sfida, spiega LUCA PESENTI, è costruire un modello equo senza la pretesa dell’universalismo

tagliaeuroR375_27ott09.jpg (Foto)

David Cameron ci ha abituato ai colpi di teatro. Prima si è preso le prime pagine di mezza Europa lanciando la sua idea di “Big Society” per rilanciare il welfare anglosassone oltre le ormai rinsecchite sponde del welfare state tradizionale. Poi ha presentato una manovra economica draconiana, che in soli quattro anni porterà a tagli dolorosissimi (la bellezza di 94 miliardi di euro) e a una cura dimagrante nella pubblica amministrazione senza precedenti (500mila posti di lavoro in meno tra mancato turn over e licenziamenti veri e propri).

Ci si domanda, con buone ragioni, se la società inglese saprà reggere a questi interventi. Smobilitando il costosissimo sistema di protezione sociale (fatti salvi i capitoli della sanità e delle pensioni, che pare verranno risparmiati dai tagli) e spostando il baricentro verso le comunità locali e la società nel suo insieme, Cameron proverà a rimontare un modello nuovo di zecca, con tutte le incognite del caso.

Dovremo attendere naturalmente un po’ di tempo per capire quale sarà la reale portata della rivoluzione prossima ventura. Ma fin d’ora si intravede che in Gran Bretagna si sta giocando una partita di grande rilevanza, che presto o tardi riguarderà anche gli altri modelli di welfare europei, compreso quello italiano. La sfida vera è quella di costruire un sistema più equo, ovvero orientato al sostegno primario delle persone e delle famiglie in reali condizioni di disagio socio-economico.

Perché questo accada, sarà necessario metter mano definitivamente a uno dei capisaldi ideologici del welfare state: quello dell’universalismo delle prestazioni. Ovvero all’idea (nata proprio nel contesto anglosassone, da dove grazie al famoso “rapporto Beveridge” prese il via l’idea stessa di un sistema di welfare) che i servizi e alcuni trasferimenti in denaro debbano essere per tutti, senza distinzioni di reddito.

Storicamente questa concezione di tipo universalistico trovava ragione nella necessità di coinvolgere nei benefici anche la classe media, senza il cui consenso è notoriamente impossibile governare. Alla lunga, però, questo tipo di accordo implicito tra interessi contrapposti ha portato a risultati non esaltanti, con una spesa finanziata sempre più a debito e una capacità di riduzione dei problemi sociali sempre meno efficace.