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FINANZA/ La "vendetta" della Germania colpirà anche l’Italia?

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Mi permetterete, con l’inizio di un nuovo mese, un piccolo bilancio. Da almeno un anno e mezzo mi sento dire, ogni piè sospinto, che sono un catastrofista a senso unico, un pessimista a oltranza, quasi un feticista delle crisi che gode fisicamente ogni volta che l’indice Standard&Poor’s 500 si avvicina pericolosamente a quota 1000, di scovare con il lanternino pareri di eminenti “gufi” come me per sostanziare le mie tesi.

 

Bene, guardatevi attorno cari lettori: dove sarebbe la ripresa tanto decantata? Dove intravedete elementi di ottimismo? Dalle Borse e dai loro rallies garantiti dai dollari stampati in cantina dalla Fed, prestatore di ultima istanza di qualsiasi entità in bancarotta? Nel mercato del lavoro? Nei dati di crescita? Nei debiti pubblici attorno al mondo? Nella guerra valutaria che spinge i governi globali a svalutare per riuscire a esportare uno spillo più del concorrente? Sono questi i segnali di ottimismo? Se sì, godeteveli pure.

 

Altro mantra dei miei critici è il fatto che le istituzioni siano obbligate a fare il loro lavoro, ovvero magari sottostimare un po’ i rischi reali perché devono ottemperare al compito fondamentale di tranquillizzare i mercati. Come i bambini piccoli, hanno bisogno della bugia a fin di bene perché hanno paura di guardare in faccia la realtà. Beh, questa volta non citerò analisti a me familiari od “oscuri” report di banche d’affari o centri studi. No, questa volta a certificare il mio pessimismo e l’evolversi negativo della crisi ci pensa il pompiere per antonomasia, ovvero il Fondo Monetario Internazionale. Il quale, nel suo ultimo report ufficiale, dal titolo “Will it hurt? Macroeconomic effects of fiscal consolidation”, al netto del politically correct, argomenta implicitamente che le misure di austerity faranno più danno di quanto finora ammesso.

 

Normalmente, una contrazione del Pil dell’1% porta con sé un perdita dello 0,5% della crescita dopo due anni: peccato che non funzioni così quando è il mondo intero a essere nei guai, la contrazione consolidata e profonda e soprattutto quando i tassi di interesse sono già a zero e tutti tagliano la spesa contemporaneamente. Nel qual caso, la perdita a livello di crescita è almeno doppia. A dare ragione al Fmi ci ha pensato nientemeno che il premio Nobel per l’economia Joe Stiglitz, secondo cui «non tutte le nazioni posso svalutare le proprie monete e incrementare l’export netto al tempo stesso. In questo quadro, alcune parti dell’Europa potrebbe precipitare in una spirale mortale».

 

Per il Fondo, i danni legati alle politiche coordinate di austerity estrema potrebbero essere doppie per paesi che non possono né svalutare, né tagliare i tassi, come Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Italia, tutte intrappolate nella gabbia di tassi di cambio sopravvalutati dell’unione monetaria: «Una caduta del valore della moneta gioca un ruolo chiave nell’attenuazione dell’impatto. Il risultato ricalca lo standard della teoria Mundell-Fleming in base alla quale i moltiplicatori fiscali sono più ampi in economie come regimi di cambi fissi».

 

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