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FINANZA/ La "vendetta" della Germania colpirà anche l’Italia?

Pubblicazione:martedì 5 ottobre 2010

Merkel_AquilaR400.jpg (Foto)

Lasciamo, per favore, da parte i rimandi alle esperienze di austerity canadese e scandinava negli anni Novanta - esempio che piace molto scomodare ai soloni della Bce - come strada maestra della ripresa attraverso i tagli di budget. Queste nazioni, infatti, furono in grado di esportare a livello record semplicemente perché avevano come cliente un mondo in pieno boom: potevano abbassare i tassi di interesse ed erano sufficientemente piccole come entità per porre in essere svalutazioni “beggar-thy-neighbour” senza dare troppo nell’occhio: capirete da soli, che il contesto in cui ci stiamo barcamenando sia un po’ differente.

 

Siamo seri, l’Europa meridionale non vedrà ripresa per molto tempo. Prendiamo il Portogallo, dove il premier Jose Socrates ha presentato il suo piano di austerity: ha capitolato sul taglio dei salari, ma ha annunciato l’aumento dell’Iva dal 21% al 23% e il congelamento di pensioni e progetti di spesa. Detto fatto, i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale. Per Citigroup, lo squeeze fiscale il prossimo anno peserà il 3% sul Pil: stando allo schema dell’Fmi, questo implicherebbe una perdita del 3% di crescita. Ovvero, contrazione.

 

La Spagna ha appena vissuto il suo primo sciopero generale e nonostante questo, il ministro delle Finanze, Elena Salgado, ha ribadito che il governo andrà avanti per la sua strada: la finanziaria del 2011 sarà durissima, con tagli del 16% per la spesa dei ministeri. Secondo la Salgado, non esiste rischio di recessione double-dip in Spagna: non la pensa così la Banca centrale spagnola, che prevede una contrazione dell’economia nel terzo trimestre. Con un tasso di disoccupazione già oltre il 20%, le strade sono due: o la Salgado ha ragione o la società spagnola si prepari a vivere un vero e proprio stess test, con le conseguenze che questo porterà con sé.

 

Irlanda, Grecia e Portogallo sono lì a dimostrarci che le politiche di tagli stanno fallendo nella loro missione di ridurre il deficit velocemente: l’austerity stessa, poi, sta erodendo le entrate fiscali. Francia e Italia, il prossimo anno, hanno previsto tagli pari all’1,6% del Pil, quindi non possono permettersi altri aiuti ai partner nei guai. Visti i rischi, uno si aspetterebbe che la Bce si ponesse in stand by rispetto a politiche di stimolo monetario ma, mentre Usa, Regno Unito e Giappone si dibattono rispetto ai rischi di una nuova ondata monetaria, Francoforte già pensa all’exit strategy, correndo il pericoloso rischio già affrontato nel luglio 2008 quando alzò i tassi nel momento peggiore della crisi.

 

La Bce sta smobilitando le sue politiche di prestito facilitato verso le banche dell’eurozona, senza porsi il problema del rischio per gli istituti di Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia che hanno preso a prestito qualcosa come 362 miliardi di euro o per i governi di quei paesi. Quelle banche hanno infatti usato quei soldi per comprare obbligazioni statali, giocando al carry trade interno per ottenere extra-rendimenti. In altre parole, la Bce sta segando alla base il pilone che regge il sud Europa.

 

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