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FINANZA/ La "vendetta" della Germania colpirà anche l’Italia?

Pubblicazione:martedì 5 ottobre 2010

Merkel_AquilaR400.jpg (Foto)

Insomma, la Bce sta lavandosi le mani dei cosiddetti Pigs, lasciando che il problema diventi materia per le autorità fiscali attraverso il piano di salvataggio da 440 miliardi di euro. Ecco sostanziato il nuovo piano di stabilità, strumento legislativo che di fatto pone in un’ottica di sacralità questa scelta di eliminazione del problema: la Germania ce l’aveva giurata, ha messo le mani in tasca per la Grecia solo per salvare le sue banche e pagando un pesante conto politico interno. Ora, è il momento della vendetta. Il problema è che il contesto generale pone seri rischi per la stabilità interna di quei paesi.

 

L’International Labour Organisation (ILO) nel suo ultimo report ha infatti sottolineato i rischi di crescente scontento sociale visto che, stando ai suoi calcoli, la situazione della disoccupazione globale non vedrà ripresa fino al 2015, due anni dopo la sua precedente previsione: servono 22 milioni di nuovi posti di lavoro, 14 nei paesi ricchi e 8 in quelli in via di sviluppo. Nel documento si parla di “recessione a lungo termine del mercato del lavoro” e si elencano almeno 25 paesi in cui il disagio sociale è già sfociato, se non in atti violenti, in manifestazioni e scioperi.

 

Per il direttore generale dell’ILO, Juan Somavia, «l’equità deve essere il compasso che ci deve guidare fuori dalla crisi. I cittadini possono capire e accettare scelte difficili solo se le percepiscono come condivise da tutti. I governi non dovrebbero scegliere tra le richieste dei mercati finanziari e i bisogni dei loro cittadini, stabilità sociale e finanziaria devono stare insieme. Altrimenti, non sarà a rischio solo l’economia globale, ma anche la coesione sociale». Per Raymond Torres, autore del report dell’ILO, i governi non dovrebbero ritirare le misure di stimolo fiscale fino a quando la ripresa economica resta così debole ma, soprattutto, dovrebbero interrogarsi rapidamente sul fatto che «i fattori fondamentali che sono le cause della crisi non sono stati affrontati in maniera adeguata». Se infatti per l’ILO si sono registrati segnali incoraggianti di ripresa occupazione, soprattutto nelle economie emergenti di Asia e America Latina, «ora nuove nuvole stanno emergendo all’orizzonte occupazionale e le prospettive sono peggiorate di parecchio in molte nazioni».

 

Dall’inizio della crisi, nel 2007, nel mondo sono andati in fumo 35 milioni di posti di lavoro: l’ILO prevede che la disoccupazione globale quest’anno toccherà quota 213 milioni, un tasso del 6,5%. Solo negli Usa, occorrerebbero 6,9 milioni di posti di lavoro per tornare al livelli pre-crisi. Non solo molte nazioni che avevano registrato una ripresa occupazionale alle fina del 2009 stanno ora vedendo questo dato indebolirsi, ma è lo stesso tasso di soddisfazione sul lavoro a essere deteriorato pesantemente.

 

Per l’ILO, «più lunga sarà la recessione nel mercato del lavoro, più grandi saranno le difficoltà per i disoccupati per trovare un nuovo lavoro. Nelle 35 nazioni in cui esistono dati credibili al riguardo, circa il 40% di chi cerca lavoro è in una condizione di disoccupazione da più di un anno e corre quindi correlati e pericolosi rischi di demoralizzazione, perdita dell’autostima e anche problemi di salute mentale. Inoltre, i giovani sono sproporzionatamente colpiti dalla disoccupazione».

 

Che fare, quindi? Tre le ricette dell’ILO per i governi: 1) Politiche attive per il mercato del lavoro che includano anche il work-sharing per venire incontro ai gruppi più vulnerabili come i giovani e anche l’apprendistato. 2) Un link più netto tra salari e guadagni di produttività nelle nazioni in surplus al fine di far crescere la domanda e facilitare l’occupazione. 3) Riforma del settore finanziario per assicurarsi che i risparmi siano incanalati in investimenti produttivi e nella creazione di posti di lavoro stabili.

 

Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma per la maggior parte di governanti e regolatori appare un’inaccettabile eresia: se non si riparte dal lavoro e dalla sua dignità, di condizioni così come di retribuzioni, non si va da nessuna parte. Non è Wall Street a dirci se la ripresa è partita ma “main street”: e qui, l’unica voce in continuo rialzo è la disperazione della gente comune. Senza lavoro, senza salario, spesso senza più un tetto, senza dignità, senza sogni né speranze: al diavolo la Borsa e la finanza globale, in questo momento pensiamo all’uomo. O si riparte da lì o non si riparte proprio.

 

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