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FINANZA/ E se per uscire dalla crisi servisse una guerra?

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«Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l’economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra». Questo è il testo di un report di Morgan Stanley, caricato sul sito dell’azienda alle 7.30 di martedì 11 settembre 2001: un’ora dopo, i dipendenti della banca d’affari conobbero quell’atto direttamente nei loro uffici situati nelle Twin Towers. Insomma, la guerra - o meglio, la paradossale necessità di una guerra come dinamo economica - era nell’aria prima dell’attacco contro New York e il Pentagono. Nel gennaio del 2001 un report del Foreign Policy in Focus avvertiva che le spese militari americane erano risalite, dai 291 miliardi di dollari del 1998 ai 310 miliardi di dollari previsti per il bilancio 2001: tale ammontare equivaleva al 90% circa della spesa media sostenuta dagli Stati Uniti negli anni della guerra fredda ed era pari al 16% del totale delle spese previste dal bilancio americano (e al 50% di quelle discrezionali). Non solo: la cifra spesa dagli Usa per gli armamenti era maggiore di quanto spendevano per tale voce tutti gli alleati e tutti i possibili “nemici” degli Usa messi insieme. E adesso, sosteneva il rapporto in chiusura, «molti americani si interrogano sull’utilità di dare ulteriore risorse a questo settore, in assenza di minacce credibili alla sicurezza degli Stati Uniti ed alla relativa pace che prevale nel mondo».

 

Pochi mesi e la necessità si è palesata. Anche perché le spese militari sono a tutti gli effetti una forma di spesa pubblica per il rilancio dell’economia: rappresentano una forma di deficit spending, ossia una delle forme attraverso cui lo Stato finanzia l’economia (nel caso, anche indebitandosi) e rappresentano soprattutto la forma più conveniente. Il warfare, chiamiamolo “stato di guerra”, è infatti facilmente spendibile anche in chiave keynesiana, visto che di fronte alla sicurezza nazionale nessuno opporrà pregiudiziali liberisti di intrusione statale nell’economia. Inoltre, le spese per gli armamenti intervengono sull’economia in maniera oligopolistica visto che il settore è protetto dalla concorrenza straniera: in tal modo i sussidi alla Difesa non devono fare i conti con altri soggetti e i loro effetti si traducono invariabilmente in commesse per le imprese americane.

 

Basti pensare all’esempio della gigantesca commessa per la fornitura del nuovo caccia militare “Joint Fight Striker” e allo “strano” atteggiamento tenuto recentemente dagli Usa verso Finmeccanica. Detto questo, poi, l’indotto delle aziende alimentate dalla spesa bellica è molto più ampio di quello delle imprese che producono armi in senso stretto, basti pensare al gigante del cibo in scatola Campbell, reso tale dalle commesse belliche e non dai fagioli al sugo stufati usati per le colazioni. Pensiamo poi al settore aerospaziale, l’industria dell’elettronica (hardware e software) e l’industria dei nuovi materiali: non a caso, dopo l’attentato delle Twin Towers i titoli di molte società informatiche sono cresciuti in poche settimane anche del 30-40%.

 

E che dire del fatto che, stando ai dati dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici, gli Usa nel 1998 hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel mondo? O del fatto che negli Stati Uniti il settore militare gode, sin dal primo accordo Gatt del 1947, della “national security exception”? In altre parole, le pratiche protezionistiche e di sussidi all’export che non sono consentite per gli altri settori, sono invece lecite per l’industria delle armi. E ancora, le armi si possono utilizzare anche “per conto terzi” come accaduto nel caso della Guerra del Golfo, per la quale gli alleati degli americani (tra cui l’Arabia Saudita) hanno dovuto pagare, in qualità di “contributo alle spese”, qualcosa come 189mila miliardi di lire, pari al 90% delle spese sostenute dagli Stati Uniti (guarda caso, nel 1991 la bilancia dei pagamenti americana segnava un attivo).

 

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COMMENTI
06/10/2010 - green & war (giorgio cordiero)

L'ho letto solo due minuti fa , quindi dopo avere liberamente commentato. Matteo Cavallito scrive sulla prima pagina del "Fatto quotidiano" di oggi un articolo dal titolo"Sole e mezzi ibridi, l'esercito Usa vuole la green economy". L'esercito Usa si starebbe convertendo all'energia alternativa e non solom per una questione propagandistica,ma anche perchè dall'economia verde nascerebbe la vere possibilità di sviluppo economico sostenibile. Come a dire che quello che ho scritto nel commento sotto (unione di economia bellica e green economy)costituirebbe il vero rilancio dell'economia...sorprendente, anche se giustamente opinabile.

 
06/10/2010 - fenice/2 (giorgio cordiero)

Prafrasando il film: "E' L'economia di mercato bellezza e tu non puoi farci niente...niente". In questo caso le guere ,mai finite, si stanno esaurendo: in Iraq si stanno ritirando le truppe e, notizia di stamane, sembra ormai certo che i vertici americani e quelli talebani stiano negoziando. L'allarme terrorismo mi sa tanto di manovra per penalizzare il turismo europeo e (ve lo dico per esperienza personale di intelligence) ricordate che (tranne rari casi) quegli atti terroristici che vanno al compimento: sono LASCIATI ACCADERE. Questa è la realtà. Rimane quindi da capire dove e come potrebbe accadere una nuova guerra. In ogni caso le riprese esonomiche post belliche sono di breve durata, rappresentano una droga all'economia rerale alla stregua di ciò che i derivati fanno in finanza.Finito l'effetto vi è la crisi di astinenza.Meglio sarebbe sviluppare il settore delle energie altrnative: ce ne sarrebbe per anni ed anni di sviluppo, ma vai a far ragionare gli arabi...allora? VIVA I CINESI, mi sa che nei prossimi anni ne vivremo delle belle ed io sono speranzoso visto che il popolo cinese non ha bisogno del petrolio arabo ( a differenza di NOI che facciamo marchette con LIbia &C). Magari l'energia pultia potrà trovare sviluppo e con essa una ripresa economica solida e duratura. I tempi non sono nemmeno troppo lunghi perchè ciò accada.

 
06/10/2010 - l'araba fenice (giorgio cordiero)

Mi fa piacere commentare l'articolo, ma anche i commenti fin qui fatti. A)Non è che Bottarelli m ha letto ultimamente? Vado sostenendo da sempre che la semi ripresa che ci fu nela metà degli anni 2000 fu dovuta alla guerra. Ne volete la straprova? Come ho detto e spiegato le ultime crisi economiche trovano la loro origine nella crisi dei mercati finanziari e quella del 2000 culminò nel mese di marzo 2003 con i minimi dei mercati azionari proprio i quella data. IL 20 MARZO 2003 fu dichiarata ufficilamente la seconda guerra del golfo ( a più di 2 anni dalle torri gemelle). DA QUEL GIORNO i mercati finanziari prima e l'economia reale poi, conobbero un rapido costante incremento che culminò con i massimi(sempre inferiori a quelli di marzo 2000) del maggio 2007, quando i mercati prima e l'economia reale poi cominciarono la discesa sui timori legati alla crisi sub primes. Nel frattempo l'economia di GUERRA la fece da padrone. Bottarelli spiega con dovizia di cronista storico i motivi che spingono le economie a salire in seguito alla minaccia , mglio alla dichiarazione di guerre: i mercati ANTICIPANO sempre ciò che succederà e, basandosi sul passato SANNO che Prima, durante e dopo un conflitto le economie producono: prima per il riarmo , o la corsa agli armamenti (logistica e quanto altro incluse) durante per produrre rimpiazzi meccanici di guerra e poi per la RICOSTRUZIONE vera molla di OGNI boom economico. La fenice che rinasce dalle ceneri.

 
06/10/2010 - guerra (gianluca castelli)

In effetti la situazione presenta tutti gli elementi che hanno come conseguenza una guerra. Almeno è stato così nel passato. Ma se si osserva bene, una guerra formidabile è già in atto. E' quella valutaria fra Cina e USA e della quale ne stanno pagando le conseguenze il Giappone la Svizzera e fra un po' anche l'Eurozona. E' una guerra mondiale non come quella in Afghanistan o Iraq. E se i nostri "guru" alla Trichet non si svegliano ci troveremo fra un po' con la disoccupazione alle stelle perchè non sapremo più dove esportare le nostre macchine e i nostri bei vestiti.

 
06/10/2010 - Ci manca solo un'altra bella guerra!!! (Pietro Sita)

I conflitti attualmente in corso in Iraq e in Afganistan non hanno risolto assolutamente nulla. Hanno contribuito a destabilizzare completamente una regione già molto instabile. Con tutta la loro tecnologia gli americani hanno perso in Vietnam, hanno perso in Iraq e stanno perdendo in Afganistan. I consiglieri e gli stateghi dei vari presidenti hanno dimostrato di non avere la minima lungimiranza e di non essere in grado di comprendere gli sviluppi dei loro atti di guerra.Nella guerra del '90,Bush padre ebbe il buon senso di non avanzare fino a Bagdad perchè si rendeva conto che la situazione presentava troppe incognite che avrebbero reso ingestibile l'area. Il delirio di onnipotenza seguito alla caduta del muro, che faceva dell'America l'unica superpotenza mondiale, ha reso possibile quello che oggi è sotto gli occhi di tutti.Oggi la crisi mondiale non consente di trarre conclusioni affrettate sulla possibilità che una guerra ci faccia uscire dalla crisi. Bisogna andare molto più indietro nel tempo per trarre degli insegnamenti dalla storia.I grandi imperi sono caduti proprio per lo stato continuo di guerra che ha drenato tutte le risorse lasciandoli deboli e stremati. C'è poi sempre nei secoli la presenza di potenze emergenti (in genere paesi poveri ma bellicosi e con popolazioni abituate ai sacrifici)pronte a prendere il loro posto. L'America è una potenza in piena decadenza economica e soprattutto morale. Meglio si rimbocchi le maniche,ma non per fare guerre.

 
06/10/2010 - Ci manca anche un'altra bella guerra!!!! (Pietro Sita)

Gli Americani attualmente hanno DUE guerre in corso e da come si comportano potrebbe sembrare che ne vogliano iniziare una terza.Peccato che gli USA siano un impero in pieno declino e tanti imperi hanno accelerato la loro fine con guerre che pensavano di vincere e invece hanno perso e hanno stremato le loro economie.Da molte parti si sostiene, a ragione, che in economia siamo entrati in un terreno sconosciuto, in terre mai calpestate.A maggiore ragione questo vale per le guerre, che sono la continuazione estrema della politica. Dagli anni '70 in poi gli Americani non hanno vinto nessun conflitto; l'economia ha conosciuto anni di ripresa, ma oggi,col senno di poi, capiamo che le riprese sono state soprattutto il frutto di un indebitamento crescente.La prima e seconda guerra mondiale sono state vinte grazie all'apparato industriale americano che non aveva confronti nel mondo. Oggi l'apparato industriale americano è a pezzi: è stato spostato oltre oceano in Cina , India, Vietnam....Pochi giorni fa è uscita la notizia che la Cina mette dei limiti alle esportazioni di terre rare (mi sembra di ricordare che il 97% della produzione mendiale viene dalla Cina), una delle quali viene impiegata nell'apparato di guida delle bombe"intelligenti". Tanti apparati elettronici,che vengono impiegati nelle armi ultratecnologiche, vengono prodotte nei paesi emergenti.L'America non è più la potenza industriale che le ha permesso di vincere due guerre mondiali. (Continua)

 
06/10/2010 - dubbi (marco ferrari)

La storia è stata effettivamente cosi, ma ho dei dubbi. Quello che non si capisce è l'effetto economico delle ultime guerre, che a questo punto pare economicamente ininfluente. Inoltre per ogni guerra c'è stata un'esplosione della spesa pubblica, che è in atto da tempo per altre questioni; quindi dove starebbe la differenza d'effetto?