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FINANZA/ 2. Per spiegare il mito dei derivati tossici basta il sushi giapponese…

Yen_BanconoteR400.jpg (Foto)

Passando dal bancone del sushi al piano della storia, si potrebbe dire che nel Novecento Giappone e Occidente hanno scoperto di coltivare una passione comune per l’eccellenza tecnica. E dal secondo dopoguerra il Giappone ha dimostrato piena padronanza di una tecnica molto particolare. La tecnica bancaria. All’apice della crescita commerciale nipponica, nel 1990, le cinque banche più grandi al mondo in termini di bilancio erano tutte giapponesi. Tra queste, Fuji Bank e Mitsubishi Bank, prima dell’inesorabile declino, contribuirono in modo fondamentale alla creazione del mercato degli swap e dei corporate bond, così come oggi li conosciamo.

 

Io stesso ho appreso i fondamentali del trading da un ex operatore giapponese. Per un’ironia della sorte, l’istituto presso il quale egli insegna, si trova poco distante dall’Old Billingsgate market, il vecchio mercato del pesce situato sulla riva destra del Tamigi, in piena City. Un breve aneddoto tratto dall’esperienza lavorativa del mio professore: all’epoca della sua prima assunzione come apprendista operatore a Tokyo, nei primi anni Ottanta, le sale cambio degli istituti nipponici erano gremite di neolaureati che senza tregua calcolavano prezzi obbligazionari per i senior trader. I calcoli erano effettuati a matita, su un quaderno a quadretti, con il solo ausilio di una calcolatrice.

 

Oggi sui mercati finanziari, e non solo lì a giudicare dalle stazioni radio che si ascoltano sui caratteristici taxi londinesi, c’è molta voglia di anni Ottanta. C’è voglia di cancellare la tecno finanza degli anni Novanta che, allontanandosi dall’economia reale, è rimbalzata da una crisi all’altra. Non è un caso che nel mezzo di questa confusione, mista a un vago sentimento di nostalgia, nelle sale cinematografiche sia arrivato il secondo capitolo di un classico “dell’alta finanza”: Wall Street II. Nel sequel il protagonista rispolvera il famoso motto pronunciato durante una concitata assemblea di azionisti: “Greed is good”. L’avidità è buona, proclama Gordon Gekko.

 

La pellicola originale è ambientata nel boom degli anni Ottanta, quando le banche di Wall Street in piena epoca reaganiana accettano la sfida nipponica e - una volta rimossi i dazi doganali dall’Amministrazione USA - trasformano il pacifico in un canale commerciale in chiave anti-sovietica. Come sottolinea Robert Reich nel suo libro “Supercapitalismo”, il commercio tra le due sponde del Pacifico è alla base del fenomeno che oggi passa sotto il nome di globalizzazione. A questo proposito, è emblematico che l’APEC (il forum per la cooperazione economica sul Pacifico) sia stato creato proprio nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino.

 

Oggi il Giappone ha lasciato il campo, o meglio l’oceano, a nuove economie emergenti e gli scambi si sono intensificati fino a raggiungere un volume pari al 44% dell’economia globale. Per intuire la portata di questo nuovo asse, è sufficiente sfogliare qualcuna tra le numerose ricerche dedicate all’argomento. Un fatto salta subito agli occhi: sempre più spesso nelle pubblicazioni professionali la cartina del mondo è centrata sul Pacifico.

 

Eppure la chiave per leggere questa crisi, la crisi della tecno-finanza e, se vogliamo, della tecnica in generale, potrebbe arrivare proprio dal vecchio Mediterraneo. In questo bacino, ormai relegato ai margini delle nuove carte, gli uomini si sono lanciati per secoli in grandi imprese, non solo economiche, avventurandosi spesso con mezzi di fortuna, ma sapendo bene di che pasta fosse fatto l’uomo. Su questa consapevolezza, che dal Mediterraneo è approdata in tutto l’Occidente, si potrebbe quasi immaginare il prossimo episodio della saga “Wall Street”. All’ennesima arringa di Gordon Gekko, qualcuno potrebbe ribattere: “Greed is good. Beauty is better”.

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COMMENTI
07/10/2010 - "Greed is not good. Ethics is better!" (Silvano Rucci)

Carissimo James Charles Livermore, Auguriamoci che dal Mediterraneo approdi, in tutto l’Occidente, la seguente verità: "Greed is not good. Ethics is better!"