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CRISI/ Ugo Bertone: il trucchetto di Tremonti mette a rischio l'Italia

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Insomma, il dibattito sulla produttività non parte sotto auspici favorevoli: meno si investe, meno si produce, più cala la produttività (-2,7% tra il 2007 e il 2009, addirittura -3,9% per l’industria). E più, potremmo aggiungere, rischia di salire il costo del lavoro per unità di prodotto, già aumentato del 20% negli ultimi dieci anni, mentre la Germania lo ha ridotto di dieci e la Francia di otto. È questo il sintomo più grave della malattia che ha colpito l’economia del Belpaese dall’introduzione dell’euro in poi. Venuta meno la valvola di sfogo della svalutazione, la società italiana non è stata in grado di correggere gli handicap che ne determinano l’inferiorità rispetto ai partners concorrenti: burocrazia, fisco pesante, carenza di infrastrutture, costo dell’energia più elevato, minori investimenti in R&S. In particolare, rileva il professor Fulvio Coltorti, da sempre a capo dell’ufficio studi di Mediobanca, a danno delle imprese tricolori gioca un distacco abissale della pressione fiscale: il 48,3% contro una media effettiva del 25,3% a carico delle imprese tedesche.

 

Certo, a questi ostacoli “fuori” dalla fabbrica, vanno aggiunti la scarsa flessibilità e i contratti ingessati che pesano “dentro”. Anzi, di qui si deve partire per un possibile recupero. Ma, nota ancora l’ufficio studi di Mediobanca, il valore aggiunto per dipendente in Italia non è poi così lontano da quello tedesco: 52,3 contro 59,6. Addirittura il margine operativo netto per dipendente (che segnala il profitto industriale) è superiore in Italia: 23,3 contro 19,6. Per giunta, l’industria italiana viaggia a una doppia velocità: dal 1999 al 2008 il contributo al reddito nazionale della Piccola e media impresa è stato di 29,6 miliardi contro i 12 della grande impresa. 

 

Il risultato? Il calo degli investimenti non promette nulla di buono. In particolare, per le grandi imprese attive sul fronte dei beni di investimento emerge un nuovo eccesso di lavoratori rispetto al fatturato. Salvo correzioni di rotta “politiche” risultano inevitabili nuovi tagli per recuperare la soglia di produttività precedente alla crisi. Ma tutto questo rischia di servire a poco o a nulla (così come la battaglia per contrastare l’aumento del rapporto deficit/Pil) senza un intervento strutturale sul circolo vizioso tra fisco e lavoro. E una politica, finalmente virtuosa, sul fronte dell’energia e delle infrastrutture. Al lavoro: la vacanza politica è durata troppo.



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