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TV/ I buchi che fanno della Rai la Salerno-Reggio Calabria del piccolo schermo

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Adesso Masi dice che rimetterà tutto in ordine nel giro di due anni. Il direttore generale sa, da buon comunicatore qual è, che un capo azienda deve sempre ostentare sicurezza e chiarezza di idee quando parla degli obiettivi, e dunque applica questa ricetta. Il fatto è che Masi non sa se fra due anni sarà ancora al suo posto, oppure se il promoveatur ut amoveatur toccherà anche a lui, come a tanti sui predecessori che hanno dovuto rinunciare a quell’importante poltrona (ma non all’altrettanto importante emolumento) per via dei capricciosi voleri dei politici di turno. Quindi il suo piano con obiettivo pareggio entro il 2012 è un po’ fatto di parole gettate al vento. Non perché non sia credibile Masi: lo stesso varrebbe per qualsiasi altro direttore generale. Il punto è che non si può giudicare con criteri aziendali un’azienda che tale non è.

 

Qual è il modello di business della Rai? La sua missione originale (era stata concepita come servizio pubblico, ricordate? Ma avveniva in un passato così lontano da sembrare giurassico) è stata dimenticata per strada e non importa adesso stabilire come e perché, e se sia stato giusto o sbagliato. Da decenni ormai è un concorrente della tv commerciale con la complicazione che il padrone di quella tv è anche il capo del governo (non sono un fanatico del conflitto di interesse, ma non si può neppure far finta che sia elemento irrilevante dal punto di vista aziendale).

 

In più nelle assunzioni, nella scelta di collaboratori, nell’affidare lavori a fornitori esterni, deve ascoltare politici di ogni orientamento (sono presenti tutti e molto attivi) che hanno esigenze, amici, fidanzate, suocere (particolarmente costose queste ultime) da accontentare. E come si fa a far quadrare un bilancio in questa maniera? Ma neanche Jack Welch, per anni alla guida della General Electric e giudicato fra i migliori manager di tutti i tempi, ci riuscirebbe.

 

Ma poi perché continuiamo a parlare della Rai come di un’azienda? Non lo è. È qualcosa di diverso, nel bene e nel male. È come la Salerno-Reggio Calabria: non è un’autostrada. L’unica soluzione sarebbe chiuderla a farne una nuova. Ma non si può e ce la teniamo com’è. Ogni tanto si fa finta che sia un’impresa, qualcosa di gestibile con razionalità e criteri meritocratici. Si parla di ingresso di privati, quotazione, e altre amenità. Ma lo sappiamo tutti: si fa tanto per dire. È una fiction.

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COMMENTI
10/11/2010 - E le sedi estere? (Umberta Mesina)

Vero, la Rai nacque come servizio pubblico e ora non lo è più (salvo alcune piccole trasmissioni), perciò io mi stupirei di chi il canone sceglie di pagarlo, non del contrario. Che ne è del progetto di chiudere le sedi estere di Nairobi, Il Cairo, Buenos Aires, Nuova Delhi e Beirut? Dopo la petizione di Vita.it (http://www.vita.it/news/view/100086) non ne ho più sentito nulla ma questa non è per forza una buona notizia. Se la Rai dovesse tenersi Santoro, Saviano e dodici ore di Avetrana al giorno e chiudere quelle sedi, il canone che lo pagheremmo a fare?

 
10/11/2010 - MORALISMO FAZIO-SO (celestino ferraro)

Urla Saviano, fa coro con Fazio e Benigni: così si affronta la camorra? A bocca aperta? Occorre ben altro perché venga debellata la malavita. Ad essere Savonarola e "piagnoni", siamo capaci tutti: un po' di parsimonia (cachet) e meno smargiassate televisive. cf