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FINANZA/ 2. Le “buone” notizie che lasciano l’Italia nei guai

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C’è qualcosa di strano nell’aria, ancorché di apparentemente confortante. L’Italia ha il secondo debito pubblico al mondo, sta per affrontare una crisi di governo al buio proprio mentre occorre approvare la manovra di stabilità e rivolgersi ai mercati per finanziarsi eppure appare pressoché immune alla crisi del debito europeo: i costi per prendere a prestito denaro, infatti, stanno salendo, ma in maniera assolutamente minore rispetto a Irlanda, Portogallo e Grecia.

 

Ieri Lisbona ha collocato 1,242 miliardi di euro di obbligazione a 6 e 10 anni nell’ultima asta dell’anno, peccato che le tensioni sui periferici abbia obbligato il paese lusitano a pagare i rendimenti più alti da quando è entrato nella moneta unica.

 

«Quest’anno porta con sé notevole sollievo, visto che nei fatti elimina dalla strada una potenziale buccia di banana», ha dichiarato in mattinata Orlando Green, bond strategist di Credit Agricole a Londra. Certo, un bel sollievo. Anche per i sottoscrittori, visto che il rendimento per il decennale è pari al 6,846% rispetto al 6,251% dello scorso settembre. Bassa la richiesta, inoltre, per i decennali, mentre per i bond a scadenza più breve la richiesta era doppia rispetto all’offerta.

 

Non condivide l’ottimismo londinese Diego Iscaro, economista all’IHS-Global Insight, secondo cui «l’aumento dei rendimenti richiesti riflette il fatto che le preoccupazioni riguardo l’economia portoghese sono tutt’altro che fugate e, anzi, andranno a toccare il settore delle finanze pubbliche». Il premio che gli investitori richiedono per detenere in portafoglio bond portoghese invece che bund tedeschi nel mercato secondario è salito di 4 punti base a quota 454, in calo dopo il picco pre-asta di 462 punti base.

 

Tornando all’Italia, invece, lo spread sul bund è salito di 15 punti base a quota 159 questo mese, meno di un sesto rispetto all’incremento conosciuto da Portogallo e Irlanda. Il deficit di budget italiano è al 5,3% del Pil, dato che permette di evitare misure draconiane di austerity come quelle varate in Grecia, Spagna e Irlanda ma soprattutto «anche in caso il governo dovesse cadere, potremmo sì assistere a un movimento degli spread ma non obbligatoriamente a livello significativo, visto che la disciplina fiscale è assicurata», chiosa Luca Cazzulani di Unicredit interpellato da Bloomberg.


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COMMENTI
11/11/2010 - draghi (Filippo Teatini)

Buongiorno, leggo spesso con attenzione i suoi articoli e non sono tra quelli che la ritengono un professore di pessimismo. In questo articolo fa riferimento a "crisi eterodirette" sul modello del 1992. Si riferisce alle crisi valutarie o politiche di quell'epoca? Tra i personaggi ricorrenti include anche Draghi? Per carità, come economista e governatore assolutamente encomiabile. Ma, una volta primo ministro, a chi risponderebbe (evidentemente non al mandato elettorale)? Siamo sicuri che la sua azione, nella crisi eterodiretta del '92, fu totalmente limpida e priva di errori?