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SCENARIO/ 3. Ugo Bertone: tutte le mosse di chi vuole l’Italia in crisi

Le incognite politiche gravano sullo sviluppo dell’Italia e impediscono sia di sviluppare una politica industriale, sia di fare una finanziaria in chiave strategica. L’analisi di UGO BERTONE

Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (Imagoeconomica) Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

“Bisogna tornare a fare politica industriale”, sostiene Romano Prodi, tornato in pubblico per la presentazione del libro di Marco Fortis ed Alberto Quadrio Curzio su Dieci anni di Economia italiana. Beninteso a livello europeo, mica italiano. Per due motivi: non ledere le norme sulla concorrenza, alla base del mercato comunitario. Ma, soprattutto, perché in cassa non ci sono risorse. A meno di non mettere a garanzia le riserve auree, tutt’altro che disprezzabili: 2.841 tonnellate, cioè il quarto tesoro aureo del pianeta. Peccato che quei lingotti siano la garanzia della presenza italiana nell’area euro, come tali sottoposti al controllo di Francoforte. Insomma, non possiamo disporne liberamente. A meno che, vecchia idea di Prodi rilanciata più volte da Quadrio Curzio, non sia l’Europa politica a mettere il suo oro a garanzia di un grande prestito comunitario al servizio dello sviluppo. Ma i tedeschi non ci sentono: prima l’equilibrio dei conti, poi ne riparleremo.

 

 “Bisogna tornare a fare politica industriale”, ripete da tempo Sergio Marchionne. Non è questione di quattrini, precisa, ma di regole e di volontà politica. Certo, un po’ di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo non guasterebbero, ma l’Italia ha bisogno di ben altro per tornare ad attrarre investimenti. Non è un caso, infatti, che il tessuto produttivo italiano, anno dopo anno, abbia perduto quasi tutte le grandi imprese private. Ci vorrebbe un grande progetto su cui concentrare le risorse, per tante o poche che sano. Guardate il Regno Unito: David Cameron ha varato una finanziaria “lacrime e sangue”, destinata ad abbassare il deficit pubblico di nove punti percentuali in tre anni. Ma i quattrini incassati dalle tv sono stati destinati alla creazione della rete a superbanda larga che dovrà garantire un vantaggio competitivo all’economia inglese basata sull’efficienza dei servizi.

 

Sono due esempi tra i tanti per ricordare una verità perfino banale: l’Italia ha necessità di interrompere un lungo ciclo di stagnazione che ci fa crescere meno degli altri quando le cose vanno bene, fare peggio degli altri negli anni di crisi. E recuperare assai più lentamente degli altri quando, come accade oggi, si profila la possibilità di azzerare i guasti di tre anni di mancata crescita. Eppure, causa la paralisi del quadro politico interno, il ministro dell’Economia non ha potuto far di meglio che varare un patto di stabilità, quasi che si trattasse di difendere una situazione invidiabile, non una casa più vulnerabile della povera Domus gladiatori di Pompei.

 

È questa la cornice dell’ennesima operazione tappabuchi di cui non è certo responsabile il ministro dell’Economia. Lui, alle prese con la gestione del debito pubblico in un quadro internazionale sempre più insidioso, ha una priorità assoluta: il varo della Finanziaria, con il rispetto contabile di quanto promesso a Bruxelles. Il maxiemendamento altro non è che il prezzo da pagare per evitare stop pericolosi all’iter della manovra prima di una stagione ancor più difficile sul piano politico.