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FINANZA/ 2. Pelanda: quattro mosse per salvare l’Italia dal crac

Pubblicazione:martedì 16 novembre 2010

berlusconi-napolitano-indicaR400.jpg (Foto)

L’arte pragmatica di buon governo consiste, prima di tutto, nel gestire le priorità. L’Italia si trova di fronte a due priorità di brevissimo termine: quella politica di trovare un governo stabile e quella tecnica/economica di schivare l’ondata di sfiducia sui debiti eurodenominati innescata dalle situazioni ai limiti dell’insolvenza, oltre che della Grecia, di Irlanda e Portogallo ed altri.

 

Se la sfiducia fosse estesa all’Italia, con un debito colossale ed una crescita economica troppo bassa per reggerlo, il costo di rifinanziamento del debito stesso - lo Stato deve rinnovare circa 200 miliardi di titoli in scadenza ravvicinata - diventerebbe insostenibile e/o il mercato perfino non vorrebbe comprare i titoli italiani aprendo non solo una crisi nazionale, ma di tutta l’Eurozona.

 

Questo perché il volume del debito italiano eccede le capacità dell’intero eurosistema di garantirlo se diventasse ad alto rischio di insolvenza, come invece è successo per la piccola Grecia e succederà nei prossimi giorni per la ancor più piccola Irlanda e, forse, per il Portogallo. Il disordine politico certamente non aiuta la tenuta della fiducia sul nostro debito ed è interesse nazionale immaginare e raccomandare sulla stampa una soluzione per combinare le due priorità.

 

Il Quirinale ha messo una pezza “imponendo” a governo e parlamento prima di approvare la legge di bilancio per il 2011 con saldi che almeno non aumentino troppo il debito complessivo e solo poi formalizzare l’eventuale crisi della maggioranza. Va rilevato che il Presidente delle Repubblica ha dichiarato di fatto lo “stato eccezione”, cioè la sostituzione d’autorità di un sistema politico eletto perché nel caos, assumendo poteri di governo che formalmente non ha. Ma ha fatto bene, perché ha dato al mercato il segnale che in Italia c’è ancora un minimo d’ordine.


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COMMENTI
16/11/2010 - quasi d'accordo (Fabrizio Terruzzi)

molto d'accordo su tre delle mosse ma non del tutto sul "non aumentare le tasse". Lo Stato dovrà ovviamente ridurre le spese altrimenti non potrebbe riportare a zero il deficit. E in proposito forse qualcuno dovrebbe iniziare ad informare gli italiani che l'attuale stato sociale, per quanto oggi finanziato dal debito, non potremo più permettercelo. Questo equivale ad aumentare le tasse. In altri termini diminuire le spese spesso significa trasferire degli oneri a carico di questo o quello. Inoltre non si può neppure pensare che gli italiani trovino 30 miliardi di Euro da spendere nei telefonini e non 2 miliardi per portare la ricerca scientifica a livello europeo. Oppure che sprechi denaro in BMW, Mercedes, SUV, seconde case, viaggi esotici e in altri consumi del tutto superflui senza pagare un "dovuto dazio". Non aumentrei le tasse sui redditi ma quelle sui consumi, su certi consumi intendo, sì. Nei tempi di crisi è bene che si riscoprano le virtù di una certa morigerazione e che tutti siano pronti ai dovuti sacrifici per rimettere in sesto la... baracca. Ne trarremo dei grandi benefici, non ultimo quello di un futuro più sicuro e sereno.