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Economia e Finanza

FINANZA/ 3. La crisi irlandese fa scricchiolare la Bce

La situazione dell’Irlanda può scatenare un domino che interroga sulle capacità della Bce di far fronte alla crisi. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Come avrete potuto constatare da soli, in questi giorni i giornali e le televisioni parlano di cose di cui noi parliamo da almeno due mesi: meglio tardi che mai, alla faccia delle accuse di pessimismo catastrofista di qualche impenitente maestrino. Il problema è che guardare la punta dell’iceberg irlandese, ormai in default e pronto - anche per le pressioni tedesche e britanniche, esposte pericolosamente con le banche irlandesi - a presentarsi con il cappello in mano all’Ue, potrebbe risultare pericolosamente fuorviante. Ovvero, delimitare il perimetro di una crisi del debito che invece non ha ancora cominciato a colpire davvero.

 

A meno che la Bce non prenda rapide e serie contromisure, infatti, l’istituto di Francoforte rischia di distruggere la moneta che è invece chiamata a gestire, di fatto spalancando una catastrofe politica all’interno dell’Unione. Se malgestita, infatti, la situazione irlandese potrebbe rapidamente diventare una versione sovrana del Credit Anstalt, la banca austriaca che fece traballare il sistema finanziario europeo nel 1931, mandando sinistri tremori a Londra e New York e creando le condizioni per una seconda fase della nuova Grande Depressione, quella politica.

Insomma, la crisi irlandese potrebbe sottendere la rivisitazione dell’eurozona così come la conosciamo. La pensa così, ad esempio, Jacques Cailloux, capo economista per l’Europa di Royal Bank of Scotland: «La Bce capisce il concetto stesso di contagio? Se questa situazione non è abbastanza grave per creare preoccupazione riguardo un contagio finanziario, quale potrebbe esserlo? La mancanza di azione da parte della Bce porta con sé la domanda riguardo la capacità stessa dell’istituto di adempiere al suo mandato di stabilità finanziaria».

Siamo, in effetti, alla logica della cordata di alpinisti. Nella natura stessa dello European Financial Stability Facility (EFSF), il piano di salvataggio permanente dell’Unione, ritroviamo infatti sempre meno stati solventi legati in cordata e costretti a reggere il peso di un sempre maggior numero di paesi insolventi che zavorrano la spedizione. Una situazione simile, se davvero l’Irlanda chiederà l’accesso al programma di salvataggio, farà detonare la credibilità politica dell’eurozona innescando una reazione a catena, destinata a partire dalla penisola iberica in tempi molto rapidi. Ma andate a spiegarlo ad Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, la cui delicatezza politica è pari a quella di un elefante in una cristalleria: parlare di default sovrani e haircut dei rendimenti obbligazionari in una congiuntura simile è pari a procurarsi un taglio profondo di fronte al Conte Dracula.

I mercati sono assetati e se persino Jean-Claude Trichet ha sentito il bisogno di intervenire per censurare questo atteggiamento, la situazione è davvero seria. A certificarlo, poi, ci ha pensato il buon Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, con la sua irresistibile battuta, ovvero il fatto che l’impatto sui bond esistenti sarebbe nullo visto che il meccanismo di salvataggio con condivisione da parte dei detentori di obbligazioni scatterà solo nel 2013: nessuno, sui mercati, ha degnato nemmeno di una risata una distinzione simile.