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FINANZA/ 3. La crisi irlandese fa scricchiolare la Bce

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Per Marco Annunziata di Unicredit, infatti, «questa dichiarazione è un misto capace di togliere il respiro di irresponsabilità suicida e incoerenza farsesca. Se infatti da qui al 2013 Grecia, Irlanda e Portogallo saranno ancora in una situazione traballante, ogni nuovo debito emesso porterà con sé rendimenti esorbitanti. A quel punto l’Ue dovrà scegliere tra un’opzione di salvataggio aperto oppure rimangiarsi la promessa che il debito esistente non dovrebbe essere ristrutturato. Gli elettori-contribuenti tedeschi saranno felici di pagare tasse più alte per salvare i loro vicini spendaccioni?».

 

Lo scorso maggio bastò l’annuncio di un piano di salvataggio congiunto Ue-Fmi per i debitori dell’eurozona per calmare gli spreads e consentire alla Germania un picco dell’output economico - con un crescita lorda annualizzata del 9% nel secondo trimestre - che fece gridare al miracolo del salvataggio finale dell’unione monetaria. Così non è stato e questa volta occorrerà mettere sul tavolo denaro reale. Nonostante questo il premier irlandese, Brian Cowen, continua orgogliosamente (o irresponsabilmente?) a negare la necessità di un salvataggio: «Abbiamo fondi sufficienti fino al prossimo luglio», ha dichiarato pur sapendo che la capacità di finanziamento per le banche irlandesi è evaporata e con sé i finanziamenti alle imprese.

 

Nei fatti, i cosiddetti “colloqui tecnici” tra Dublino e Ue sono già in atto e per Barclays Capital «è questione di giorni l’annuncio di un accesso dell’Irlanda all’EFSF per 80-85 miliardi di euro». Ma torniamo agli alpinisti in cordata. Il Portogallo, infatti, è in condizioni peggiori dell’Irlanda, visto che il debito totale è pari al 330% del Pil. L’attuale deficit corrente è vicino al 12% del Pil, mentre l’Irlanda sta avvicinandosi a un surplus. Inoltre, le banche portoghesi dipendono dal finanziamento estero per coprire il 40% degli assets.

 

Per un decennio, il paese ha vissuto in uno stato di slump permanente con l’aggravante di una valuta sopravvalutata: le ondate di austerity poste in essere non sono riuscite a stabilizzare il deficit fiscale e oggi gli ex ministri del paese parlano chiaramente della necessità di un salvataggio da parte di Ue e Fmi. Con numeri simili è molto difficile pensare che il Portogallo possa evitare di precipitare in un vortice di tipo irlandese e questo porterà con sé un conto cumulativo di salvataggio Ue-Fmi pari a circa 200 miliardi di euro: insomma, l’EFSF sarà dissanguato e portato ai suoi limiti di credibilità.

 

Detto fatto, a quel punto, il focus dei mercati si sposterà istantaneamente sulla Spagna, dove la crescita economica si è impantanata a 0 nel terzo trimestre, la vendita di auto è crollata del 38% in ottobre, il taglio salariale del 5% non ha ancora cominciato a far sentire il suo peso sulla domanda interna e, soprattutto, 1 milione di case invendute continuano a restare in pancia a un mercato immobiliare bloccato. Il problema non è lo stato spagnolo in sé, il vero tallone d’Achille è rappresentato dal debito corporate che è ormai al 137% del Pil e dalle somme che vanno ripagate ai creditori esteri ogni trimestre.


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