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FINANZA/ 2. Grazie all’Irlanda va in scena la "conversione" di Giavazzi

Francesco Giavazzi ha riconosciuto l’errore della sua posizione sul fallimento di Lehman Brothers. MARCO COBIANCHI commenta questa “conversione”

Francesco Giavazzi (Foto Imagoeconomica) Francesco Giavazzi (Foto Imagoeconomica)

«Due anni fa, quando il Tesoro americano consentì che Lehman fallisse io scrissi sul sito www.voce.info: “È un bel giorno per il capitalismo, perché non si possono salvare i banchieri sempre e comunque”. Era un’evidente sciocchezza perché quel fallimento fu una delle cause, forse la maggiore, che ha precipitato il mondo nella Grande recessione. La signora Merkel ha evidentemente ragione quando sostiene che impegnarsi a salvare i Paesi dell’euro sempre e comunque è un pessimo segnale. Purtroppo Lehman insegna che oggi questo rigore non possiamo permettercelo: il costo potrebbe essere la fine della moneta unica”. (Corriere della Sera, 13 novembre 2010). Beh, ci sono voluti due anni, ma alla fine Francesco Giavazzi, il più duro dei duri e il più puro dei puri, l’ha capita.

 

«Ho imparato la lezione: il fallimento della Lehman fu una delle cause che ha precipitato il mondo nella recessione. Lehman insegna che oggi, nei confronti dell’Irlanda, il rigore che si dovrebbe invocare in base alla razionalità liberista non possiamo permettercelo: il costo potrebbe essere la fine dell’euro». (Il Foglio, 16 novembre 2010).

Bene, meglio tardi che mai. Ma l’errore che non dobbiamo fare è dimenticare che l’“evidente sciocchezza” di Giavazzi di due anni fa (ma non era affatto solo ad averla pronunciata) non è tecnica, ma di impostazione culturale. E per questo assai più interessante. Il punto è che Giavazzi butta a mare la dottrina basata sui “modelli” teorici.

In base a tale impostazione, i modelli funzionano, basta metterli in pratica piegando, nel caso sia utile perché dispieghino il massimo delle loro potenzialità, perfino la realtà. Il cuore del problema per gli economisti alla Giavazzi è trovare teorie sempre migliori e sofisticate che dimostrino la superiorità formale del ragionamento sulla realtà. Una volta dimostrato che queste teorie vanno bene in laboratorio, allora basta applicarle alle varie situazioni. E se non dovessero funzionare la colpa la si può sempre rovesciare sui politici che “non hanno capito”.


COMMENTI
17/11/2010 - Modelli e realtà (Vulzio Abramo Prati)

E' vero il Prof. Giavazzi ha ammesso pubblicamente che quanto scritto due anni fa si è dimostrata essere una "evidente sciocchezza". Come diceva Montanelli, l'unico giornalista ad averlo ammesso, "solo gli stupidi non cambiano mai idea" e, aggiungo io, solo i grandi lo ammettono!Potrei stilare un elenco di previsioni sulla crisi fatte due anni fa da giornalisti, economisti,Nobel da lei spesso citati compresi,e non ho sentito nessun altro ammettere di aver sbagliato. Ricorda cosa scriveva lei nel 2008 sul possibile ulteriore sviluppo della borsa cinese o della possibile ulteriore crescita delle aziende di energie rinnovabili? Per quanto riguarda l'uso di modelli matematici questi sono PER DEFINIZIONE una rappresentazione semplificata della realtà. Si può discutere della bontà o meno di un modello ma criticarli semplicemente dicendo che la realtà è più complessa significa non capire che cosa è un modello matematico! Anche la teoria della relatività è una rappresentazione e la realtà è diversa, e allora la buttiamo? E poi, mi scusi, ma chi è in grado di capire perfettamente la realtà nella sua immensa complessità? Io non conosco nessuno, se ce ne sono proviamo a chiedere loro una previsione sull'economia nel 2013 e poi la verifichiamo. Quel filone di economisti che "comincia a pensare che i modelli sono una gran bella cosa, ma la realtà è assai diversa" forse non ha mai fatto un esame di Teoria dei Sistemi, altrimenti questa cosa la saprebbe da un bel pezzo!

 
17/11/2010 - Il problema non sono i modelli (Fabrizio Terruzzi)

Caro Cobianchi, le posso dire che, secondo la mia esperienza professionale, la presenza o l'assenza di una modellazione mentale della realtà, di uno schema mentale di riferimento e di una sistemazione organica delle proprie conoscenze distingue i "veri" professionisti da quelli che non lo sono. Il problema non sono i modelli in sé quanto il fatto che siano più o meno validi, giusti o sbagliati. Credo che gli economisti siano ben lungi dall'averli adeguati alla realtà attuale e continuino a ragionare secondo schemi mentali vetusti e non più adeguati. Sarebbe necessario un rinnovamento, a mio parere, radicale e coraggioso (senza aver paura di mettere in discussione anche le proprie più radicate convinzioni). E' comunque incoraggiante che una persona riconosca apertamente i propri errori e di questo bisogna rendere merito al prof. Gavazzi.