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FINANZA/ Il diktat tedesco della Merkel mette paura agli investitori

I debiti dei paesi europei sono e saranno sempre meno attraenti per gli investitori. La colpa, spiega MAURO BOTTARELLI, è della Germania

Merkel_AquilaR400.jpg (Foto)

La resa dei conti è in arrivo. È lì, ci guarda appoggiata all’uscio di casa, ci attende, pochi mesi e occorrerà davvero affrontare la realtà. Che è la seguente: i detentori di bond si preparino a una bella condivisione del prezzo della crisi (burden sharing), gli Stati si garantiranno forzatamente un sollievo dal debito attraverso severi haircut dei rendimenti o, addirittura, mancati pagamenti degli stessi e gli investitori pagheranno il prezzo per la loro incapacità di capire che un’unione monetaria, tra l’altro molto eterogenea, non elimina il rischio. Semplicemente lo sposta, da rischio sul tasso di cambio a rischio di default.

 

D’altronde, gli investitori che hanno comprato bond greci decennali a 26 punti base di spread sul Bund nel 2007, un differenziale al di sotto di quello tra British Columbia e Quebec, pensavano di essere i più furbi? Non sapevano che la Grecia stava giocando a nascondino con i suoi conti peggio di Houdini? A rendere chiaro quanto attende molti protagonisti del mercato obbligazionario, ci ha pensato la scorsa settimana la Cancelliera, Angela Merkel, secondo cui «dobbiamo tenere bene a mente il fatto che la nostra gente ha il giustificato desiderio di vedere anche il settore privato, e non solo i contribuenti, appesi al gancio di questa situazione». Parole che sembrano una fotocopia di quelle pronunciate pochi giorni prima da Alex Weber, presidente della Bundesbank, per il quale «la prossima volta che accadrà una situazione simile sarà davvero un problema, i detentori di bond dovrebbero essere parte della soluzione e non del problema. Fino a ora gli unici ad aver pagato una prezzo per la soluzione sono i contribuenti».

 

E questi concetti non sono rimasti aleatori, sono diventati i termini imposti dalla Germania al meeting europeo di venerdì scorso - di cui in Italia non abbiamo ricevuto notizia, salvo per i bunga-bunga del premier - per la creazione di un fondo di salvataggio permanente nel 2013. Siamo alla vigilia di una riforma del trattato europeo, stante l’articolo 48 del Trattato di Lisbona, necessaria per Angela Merkel al fine di evitare un vero e proprio pastrocchio: come scrivevamo alcuni mesi fa, la Corte costituzionale tedesca non ha affatto archiviato il caso scaturito dalla denuncia di un gruppo di accademici e starebbe per bloccare, attraverso una sentenza, il piano di aiuto alla Grecia per incostituzionalità. «Una riforma mi aiuterebbe molto nei confronti della corte di Karlsruhe», ha candidamente ammesso la Merkel venerdì sera.

 

Qualcuno potrebbe dire che i detentori di bonds e la loro propensione all’azzardo morale andavano puniti tempo fa, da entrambi i lati dell’Atlantico e non avrebbe tutti i torti, ma ora la situazione è completamente nuova. Oggi ci rendiamo conto che sarebbe stato meglio gestire un’ordinaria bancarotta greca stando ai canoni organizzati dal Fondo Monetario Internazionale o che, comunque, sarebbe meglio dare il via a questa procedura adesso piuttosto che costringere la Grecia verso una spirale di “debt compound” attraverso una crescita del debito pubblico dal 115% del Pil al 150%, livello definito di “salvataggio” del paese. Siamo alla follia, una follia in base alla quale banche e fondi possono spostare 150 miliardi di euro di perdite presso i governi Ue, la Bce o il Fmi: i cittadini greci, in compenso, hanno pagato fino in fondo il prezzo dell’austerity, senza ottenere in cambio una vera cura per il debito.