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Economia e Finanza

IDEE/ Favoriamo il social housing per aiutare chi non è abbastanza povero

La discussione in Italia in merito a un bisogno abitativo sempre più emergente va avanti da tempo. ANTONIO INTIGLIETTA ci spiega i vantaggi del social housing facendo delle proposte concrete

Il social housing (Imagoeconomica)Il social housing (Imagoeconomica)

La discussione in Italia in merito a un bisogno abitativo sempre più emergente va avanti da tempo, ma le risposte concrete effettivamente realizzate sono poche e insufficienti. La mancanza è anche di conoscenza: il dibattito pubblico generale ha fatto emergere ancora tanta confusione nella definizione stessa di una politica per la casa, anche a causa di una legislazione frammentata che non aiuta ad avere le idee chiare.

 

La necessità del Paese e delle maggiori città è quella di rispondere attraverso un’iniziativa pubblica o privata, profit o no-profit, al bisogno dell’abitare di tutte quelle realtà sociali, famiglie, studenti, professori, ricercatori, impiegati o immigrati, a condizioni economiche appunto “sociali”. Questo vuol dire dare la possibilità a queste categorie di affittare una casa a un costo che non superi il 30% del loro reddito, permettendogli una vita dignitosa, soprattutto nelle città più grandi dove il tenore e il ritmo di vita sono più elevati.

L’ampia fascia di persone coinvolte da questo bisogno è esattamente a metà tra chi è in grado di acquistare una casa in edilizia libera e chi invece è al di sotto della soglia di povertà. È una fascia ampia e diversificata a cui appartengono la maggior parte delle persone che oggi lavorano e vivono nelle nostre città. È la famosa “zona grigia”, la classe emergente del Paese che produce, che studia, che lavora nei servizi pubblici e che proviene dal Nord e dal Sud Italia o dall’estero e che lavora nelle nostre città.

Una fascia eterogenea che viene troppo spesso sfruttata dal mercato illecito degli affitti in nero: l’immigrato che si trasferisce in Italia per lavorare, le famiglie che vivono una condizione di disagio economico ma anche la badante, il muratore, l’artigiano, il cameriere, il giovane ricercatore che viene a lavorare a Milano, il poliziotto o l’impiegato. E ancora il vigile urbano o il vigile del fuoco, la donna che vive sola con il proprio figlio o le giovani coppie. Per questo è urgente mettere sul mercato un’offerta di case in affitto “sociale”, cosiddetta di social housing.

Ci sono persone poi che per poter acquistare una casa si affidano a una lista comunale e attendono che le Aler o le società pubbliche di edilizia popolare costruiscano le nuove case. Si registra però sempre di più da parte delle Regioni un’indisponibilità finanziaria per questa iniziativa, senza contare poi che la manovra finanziaria riduce ulteriormente questa disponibilità. Il rapporto tra la domanda di bisogno di case e l’offerta presente sul mercato è totalmente inadeguato: la realtà è che non ci sono più risorse economiche pubbliche per rispondere a questo fabbisogno.

Molti anni fa lo Stato destinava una quota importante alle politiche della casa tramite una tassazione degli stipendi che poi è stata eliminata. Oggi per le Amministrazioni regionali e comunali è giunto il momento di dare una svolta alla politica di edilizia popolare e a quella dell’edilizia in affitto sociale, per agevolare quelle fasce che sono abbastanza povere da avere diritto alla casa, ma nemmeno così ricche per acquistarle, fosse anche tramite una cooperativa.