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IL CASO/ Quel 285, numero "maledetto" che manda l'Italia in crisi

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Le recenti fibrillazioni della politica e le turbolenze che negli ultimi mesi hanno ripreso a caratterizzare l’attività del Governo obbligano a ripensare la questione più generale di quale debba essere oggi, in una matura democrazia come quella italiana, il più corretto rapporto tra società, mercato e Stato (che evidentemente non si esaurisce con il Governo nazionale, ma va invece inteso in senso ampio sia come insieme dei vari livelli di governo, sia come molteplici organi dell’Amministrazione pubblica). Problema tanto più rilevante in una situazione di forte crisi economica come quella attuale.

 

Secondo alcuni, “il Governo è immobile da molti mesi”, con grave danno per il nostro sistema Paese che avrebbe invece bisogno di “essere governato”. Secondo altri, invece, “è meglio che un Governo non intervenga perché, quando lo fa, provoca sempre disastri”. Si tratta evidentemente di posizioni estreme che lasciano però intravedere come vi sia ancora ben poca chiarezza su quali debbano essere i compiti delle istituzioni e quale il ruolo dell’economia e della società. È certamente un tema assai ampio e tuttavia una prima riflessione di fondo non sembra inutile, anche alla luce di due notizie della scorsa settimana che rivelano come la questione sia cruciale per dare concretamente forma a un nuovo modello di sviluppo (cosa su cui tutti, almeno a parole, concordano).

 

Un primo elemento di riflessione ci viene dalla pubblicazione la settimana scorsa dei risultati dello studio Paying Taxes 2011, realizzato dalla Banca Mondiale e dalla società di consulenza PwC (PricewaterhouseCoopers). Già si sapeva che l’Italia è ai primi posti nelle classifiche mondiali quanto a carico fiscale: secondo dati Eurostat del 2007, recentemente elaborati da Confindustria (e contenuti nel Rapporto Italia 2015), la pressione fiscale italiana è al 43,3% del Pil contro il 39,5% della Germania e il 36,3% della Gran Bretagna. Il nuovo documento della Banca Mondiale ci dice ora che questo pesante carico fiscale pesa in modo eccessivo sulla parte produttiva del Paese, perché l’Italia risulta al primo posto in Europa quanto a peso delle tasse sulle imprese: il carico fiscale sulle imprese in Italia è al 68,6% del complesso delle tasse nazionali e locali e dei contributi sociali, contro il 65,8% della Francia, il 56,5% della Spagna, il 48,2% della Germania e il 21,1% del Lussemburgo e una media mondiale del 47,8%. Non solo. Un’ulteriore preoccupante conclusione contenuta nello studio è che in Italia la burocrazia è così pesante che un’impresa impiega ben 285 ore l’anno per  pagare tutte le tasse, oltre 60 in più della media europea.



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