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IL CASO/ Quel 285, numero "maledetto" che manda l'Italia in crisi

Pubblicazione:martedì 23 novembre 2010

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

La nostra conclusione, in via di sintesi, è che in Italia c’è ancora troppo statalismo vessatorio e che il contributo della libera responsabilità della società è ancora visto con sospetto, quando non deliberatamente ostacolato. Siamo ovviamente consapevoli che i due ultimi anni di crisi hanno concesso margini di manovra piuttosto scarsi sia sui tagli che sulle tasse, e dobbiamo anzi essere grati al ministro Tremonti per avere tenuto ben diritta la barra dei conti pubblici in un momento particolarmente difficile, e tuttavia riteniamo sia essenziale cercare di delineare una prospettiva di lungo periodo alla quale ogni Governo dovrebbe cercare di attenersi.

 

In questo senso è allora importante segnalare come la vessazione fiscale delle imprese e la riduzione di fondi al Terzo settore rendono difficile dare concretezza a un modello di sviluppo basato sulla sussidiarietà e sulla promozione della persona e della sua responsabilità. La cultura della sussidiarietà, che da almeno due decenni si sta faticosamente diffondendo nel nostro Paese, ha ancora molta strada da percorrere, nonostante alcune lodevoli eccezioni come il Libro bianco sul welfare del ministro Sacconi o le molte concrete realizzazioni della Regione Lombardia. Anche perché la prospettiva sussidiaria della società non esclude affatto la presenza dello Stato.

 

Le iniziative della società e dei suoi corpi intermedi, che sono essenziali nella promozione della sussidiarietà, necessitano di uno Stato capace di valorizzarle. Uno Stato che sia però meno invadente con la sua burocrazia e che faccia meno imposizione su lavoro e produzione. Che sia più efficiente, meno intrusivo e più propositivo.



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