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MANOVRA/ Far fruttare il patrimonio immobiliare pubblico? Una soluzione c'è

Pubblicazione:sabato 11 dicembre 2010

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

 

Dalla Prima repubblica in avanti senza soluzioni di continuità, la gestione del patrimonio pubblico da parte degli enti previdenziali è ispirata ad una logica quasi sovietica. Inps, Inpdap, Inail ecc. dispongono di una catena di organi di vigilanza, direzione, contenzioso, coordinamento, gestione del patrimonio che assomiglia ad una rendita di posizione. Malgrado l’esistenza anche di preziose competenze, essi ospitano una manomorta di personale elevata al ruolo di manager con stipendi che sono più del doppio di quelli dei professori universitari alla fine della carriera.

 

Il valore di mercato dell’amministrazione di questi enti è dato dalla capacità di creare reddito. Purtroppo non sono mai stati in grado di far rendere l’enorme patrimonio immobiliare pubblico più del 2 percento. La magistratura della Corte dei Conti, quasi mai consultata preventivamente, è stata implacabile nel denunciare abusi e deficienze. Giulio Tremonti sei anni fa decise di fare piazza pulita alienando questo patrimonio con un massiccio programma di cartolarizzazioni (Scip 1 e Scip 2). Dopo 15 anni il ministro dell’Economia ha preso atto del loro fallimento e ha restituito la responsabilità degli immobili ai vecchi enti previdenziali.

 

Attualmente risultano vendute 74.926 delle 90.392 unità immobiliari, e al 28 febbraio 2009 restava un portafoglio residuo complessivo di 15.466 immobili vincolato alla dismissione immobiliare. Tommaso Padoa Schioppa aveva calcolato che il valore dell’invenduto si aggirasse intorno al 2,8 miliardi di euro. Forse un po’ meno. Né si può dimenticare l’incidenza che hanno i ritardi nell’andamento degli incassi.

 

Ormai l’invenduto coincide in gran parte con l’abusivismo delle aree urbane marginali (la polpa dei centri storici, cioè a maggiore valore commerciale, è già stata alienata) e con gli immobili classificati di pregio (si calcolano siano il 10 percento dell’intero patrimonio immobiliare dello stato).

 

Proprio questi ultimi sono oggetto di un tenace contenzioso giudiziario. Da una parte per via del degrado che non di rado li caratterizza (si è identificato, creando discriminazioni enormi, il cosiddetto pregio nella dislocazione degli immobili nei centri urbani). Dall’altra, per gli alti prezzi con cui vengono offerti rispetto a quelli, sensibilmente più bassi, del mercato nel 2001 (presi a riferimento dalla legge 104/2004). Per non parlare della disparità (fino al 45 percento del valore commerciale!) di trattamento tra i cittadini, le cui abitazioni distano poche decine di metri dal centro storico.

 

Il governo Berlusconi non può trascinarsi dietro, come un’enorme macina al piede, questa situazione, che gli impedirebbe di varare un impegnativo programma di ripresa dell’attività edilizia per venire incontro alle esigenze delle giovani coppie e delle famiglie dei cittadini extra-comunitari. La soluzione più efficace per fare cassa, ma anche la più equa, è quella di alienare l’invenduto praticando uno sconto del 30 percento sui prezzi di offerta. Si tratta del valore che viene normalmente riconosciuto a chi acquista un immobile occupato come sono quelli detenuti dagli inquilini degli enti ex-previdenziali.

 

 


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