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FINANZA/ 2. Ecco dove l'asse Merkel-Sarkozy vuol portare l'Europa

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Questa eventualità si materializzerà solo se assisteremo a una deriva di tipo greco della percezione del rischio sovrano sul debito italiano. Non è da escludere a priori, ma mi sembra ancora piuttosto remota.


Il 16 dicembre ci sarà un importante vertice europeo, oltre all’Ecofin. Si parlerà anche di riforma di patto di stabilità. Cosa conviene augurarsi che succeda?

 

La riforma del Patto di Stabilità è da lungo tempo all’ordine del giorno e anche da questo punto di vista si sono fatti passi avanti, con un’accelerazione dopo l’esplosione della crisi greca. L’idea che si è fatta strada a livello europeo - e sulla quale c’è sufficiente consenso - consiste nel rendere preventivo l’assenso delle autorità europee sulle manovre di politica fiscale nazionali. Finora, infatti, la commissione europea giudicava le manovre nazionali e sanzionava (eventualmente) gli scostamenti dei valori di bilancio (ad esempio, il rapporto deficit/Pil) dai valori di riferimento solo a cose fatte, dopo che le manovre nazionali erano state approvate e realizzate, il che rendeva spesso inefficace il sistema di controllo, come la crisi greca ha drammaticamente dimostrato. Con il nuovo patto, la commissione potrebbe “mettere il naso” nei conti nazionali e nelle proposte di politica fiscale nazionali prima della loro attuazione, rendendo quindi molto più efficace il sistema di controllo.

 

Ritiene che questa riforma sarà adeguata a evitare in futuro una crisi come quella della Grecia o dell’Irlanda?

 

La riforma del Patto è necessaria, ma non sufficiente. Si tratta solo di un passo nella direzione di una vera e propria unione fiscale che dovrebbe fare da complemento all’unione monetaria. Un’unione fiscale in senso stretto comporta una politica fiscale comune, ossia una cessione di sovranità fiscale dai paesi membri a un’autorità fiscale sovranazionale (ad esempio, la Commissione europea per conto dell’Unione monetaria europea). Un Patto di Stabilità rafforzato è solo una componente dell’unione fiscale e da solo rischia addirittura di essere controproducente. Se un paese viene colpito da uno shock - ad esempio il Portogallo - ed entra in recessione, attualmente ha la possibilità di utilizzare la leva fiscale (nazionale) per attenuare le conseguenze della recessione (ovviamente entro i limiti del Patto di Stabilità). Se, in base a un’interpretazione restrittiva del Patto di stabilità rafforzato, questa operazione gli viene impedita preventivamente dalle autorità europee, il paese subirà per intero le conseguenze della recessione.

 

Cosa cambierebbe invece con la politica fiscale comune?

 

Essa dovrebbe tener conto delle differenze di situazione macroeconomica nazionali (una possibilità che è preclusa per definizione alla politica monetaria comune) mediante uno specifico mandato redistributivo attribuito all’autorità di bilancio europea. In altri termini, in un’unione fiscale compiuta, questa autorità dovrebbe avere le risorse e i poteri per redistribuire risorse del bilancio pubblico europeo dai contribuenti dei paesi non colpiti dallo shock - ad esempio, i tedeschi o gli italiani - ai colpiti dalla recessione, diciamo i disoccupati portoghesi. Coi tempi che corrono, la fattibilità di un progetto di questo genere è modesta, ma a mio avviso occorre mettersi su questa strada.

 

Cosa pensa della proposta Tremonti-Juncker sugli Eurobond?


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