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FINANZA/ 3. Gli “imbrogli” che ci regalano un euro al collasso

Pubblicazione:martedì 14 dicembre 2010

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Prima di analizzare i motivi di questa crisi, un semplice numero: qualunque cosa questo strano indice significhi (secondo me, la percentuale in sé non dice nulla), il rapporto debito pubblico/Pil dell’Irlanda nel 2009 era al 57,7%. Evidentemente la congiuntura economica non consulta spesso le statistiche che reggono la moderna scienza delle finanze.

 

Cosa è successo? Uno studio di Barclays svela l’arcano: nel test di luglio, l’analisi si era concentrata sul trading book, ovvero quella porzione del bilancio di una banca in cui le esposizioni sono aggiornate mensilmente secondo le valutazioni del mercato. La porzione restante del bilancio, il banking book, all’epoca fu esclusa: delle valutazioni di una banca, valutazioni non sottoposte ai mercati, non ci si deve interessare.

 

Insomma, per valutare un rischio meglio affidarsi alle agenzie di rating! Non credo che dalle parti di Anglo Irish Bank siano così d’accordo: alcuni giorni fa, Standard & Poor’s ha rivisto al ribasso il rating dell’istituto, abbassandolo di sei gradi in un colpo solo (ora secondo l’agenzia di rating americana, il titolo di una banca nazionalizzata è un junk-bond). A quel punto, sui mercati dell’euro ci si è rassegnati al peggio.

 

Forse, all’epoca dello stress test, la decisione di escludere il banking book fu dettata dall’opportunismo (ampliando il perimetro delle analisi, le banche irlandesi non avrebbero passato il test), forse la scelta fu ispirata da una cieca fiducia nelle capacità dei mercati (a cui corrisponde una netta sfiducia nella capacità degli istituti). Immaginare cosa sarebbe successo se il test fosse stato più rigoroso, è un esercizio inutile. Tuttavia, c’è un elemento importante che deve essere registrato: alla base dello stress test c’è un’impostazione che esclude l’imprevisto.

 

Tutto è calcolato a priori: la Perdita Attesa, da coprire con adeguate riserve, e la Perdita Inattesa, calcolata secondo modelli statistici approvati e imposti da una sfilza di regolatori e autorità varie. Il Cebs non è certo l’unico ad applicare questa impostazione positivista: basti pensare ai metodi di contabilità Ias, secondo cui gli attivi di un bilancio variano al variare dei mercati, oppure è sufficiente sfogliare i manuali delle agenzie di rating, per cui le perdite future sono il risultato di medie e deviazioni standard. La lista potrebbe continuare fino a riempire un paio di articoli. Mi limito a segnalare i regolamenti del comitato di Basilea, per cui il rischio è riconducibile alla probabilità di default.

 

È tutto un problema di statistica? Non credo che il calcolo probabilistico sia l’origine dei nostri mali. È nel modo in cui maneggiamo i numeri, a mio avviso, che si nasconde la trappola. Se al centro dell’economia e della finanza, ci fosse una schiera di computer, allora sì, la statistica ci indicherebbe i prezzi di domani con la stessa precisione con cui il moto browniano stima la traiettoria delle molecole in un fluido.


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COMMENTI
17/12/2010 - l'avevo scritto anch'io (celestino ferraro)

Non sono un economista, ma l'ho scritto anch'io che questa differenza di rating fra i vari paesi della Ue, con la stessa moneta, è una balordaggine degna del fallimento. Non è possibile che i titoli di Stato greci rendano il 9% e quelli tedeschi lo 0,6%. L'euro è uno scartiloffio che fa comodo solo ai tedeschi: fallirà! CF