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FINANZA/ 1. Così l’inflazione “cinese” può far male anche all’Italia

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La crisi che si è manifestata negli ultimi tre anni ha radici profonde. Direi che è nata una quindicina di anni fa. È nella metà degli anni ‘90 che hanno incominciato a crearsi quegli squilibri geopolitici che hanno minato la stabilità di fondo del sistema, una sorta di faglia di Sant’Andrea che ora terrorizza tutti.

 

Ma qual è la vera origine dei mali di oggi?

 

Il disequilibrio fra paesi emergenti e il mondo sviluppato, il nostro. Paesi come Cina, India, Brasile e altri hanno conosciuto un boom, sono diventati straordinari esportatori. I paesi ricchi importavano i loro prodotti, venduti a prezzi concorrenziali, e li pagavano con valute che loro stessi stampavano. Soprattutto gli Stati Uniti hanno creato una massa di debito che non ha precedenti: il debito complessivo dell’America, sommando quello pubblico a quello privato, è pari a 3,3 volte il Pil. Questa situazione ha innestato una crisi che è stata prima privata (penso ai subprime), poi ha investito il sistema bancario e ora si è trasferita agli Stati che hanno ancora aumentato la loro esposizione per salvare le banche. E così oggi il vero problema della finanza è diventato quello dei debiti sovrani. E qui la radice della fragilità attuale.

 

Ma quanto è grave davvero la situazione?

 

Oggi vediamo che è possibile il default di titoli di Stato, anche di Stati importanti. Ed è possibile il default di una moneta come l’euro. Diciamo che viviamo vicino a un lago che è stato riempito di benzina. Basta una piccola scintilla perché tutto prenda fuoco.

 

Ma non c’è nulla da fare? Non lo si può svuotare questo lago ed evitare l’incendio?

 

C’è una strada virtuosa. Bisogna ritornare a crescere e a risparmiare. Così, gradualmente, si potrà rientrare dalla situazione attuale, recuperare la normalità. Ma questa strada ha bisogno di scelte politiche coerenti; occorre che si definisca una strategia a livello internazionale, concordata.

 

Non sembra un obiettivo molto semplice. Dagli ultimi vertici internazionali non è emersa una grande volontà alla cooperazione. Proprio a partire dai temi valutari.



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