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UE/ Pelanda: ecco perché l'Italia rischia di finire come la Grecia

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Il mercato teme una ricaduta nella recessione in Europa. I dati, infatti, mostrano una ripresa molto robusta in Cina, zoppicante ma in via di accelerazione in America, e stagnazione nell’eurozona complicata dal crescente rischio percepito di insolvenza dei debiti sovrani di Grecia, Spagna e altri. Qual è il problema? Quale la soluzione di breve-medio termine?

 

In realtà la lentezza delle economie europee nel riprendersi dopo recessioni globali è osservabile da almeno 20 anni, particolarmente in quelle dei primi anni ’90 e del 2000-02. Dopo quest’ultima ci sono voluti ben tre anni prima che la disoccupazione fosse riassorbita in Germania, e quattro prima che il Pil italiano tornasse a crescere in modo sensibile, nel 2006.

 

Si aggiungano altri due dati storici. Dai primi anni ’90: (a) l’economia europea tende a crescere circa la metà di quella americana e un quarto di quella cinese, l’italiana circa la metà di quella europea; (b) i debiti pubblici degli Stati europei tendono a crescere, segno che devono finanziare in deficit, per crescita insufficiente, i loro modelli di Stato sociale.

 

Appare evidente che il problema europeo non sia di contingenza, ma riguardi un modello che non funziona. Gli Stati dell’eurozona sono differenziati per situazioni storiche, più o meno industrializzati, e geografiche, centro o periferia del sistema economico internazionale, ma tendono a essere omogenei sul piano del modello: alta tassazione che finanzia protezioni sociali ed enormi apparati pubblici, molti vincoli burocratici all’attività economica, poca concorrenza e quindi elevati costi sistemici.

 

L’efficienza gestionale del modello è maggiore o minore nei diversi Stati, ma in tutte le nazioni dell’eurozona mostra di avere un effetto depressivo costante sulla crescita. In particolare, le principali economie dell’eurozona - Germania, Francia e Italia che insieme ne fanno circa i 2/3 del Pil complessivo - mostrano insufficienti consumi e investimenti nel mercato interno e la tendenza a bilanciare questo gap forzando l’export.

 

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COMMENTI
17/02/2010 - Ridurre i costi e aumentare la collaborazione (PAOLA CORRADI)

Pare che l'Italia non corra per il momento il rischio della Grecia perchè i risparmi delle famiglie, sommate a quelli delle imprese e al debito pubblico, danno un indice per l'Italia più buono di tanti altri stati UE. In ogni caso, è necessario quanto prima diminuire i costi dell'amministrazione pubblica, alcuni esempi: premi di risultato per i manager pubblici, dissuasione ad incarichi per che ha più di 67(?) anni e infine maggiore collaborazione tra pubblico e privato perchè pare che in Italia le due parti debbano essere necessariamente contrapposte, in realtà siamo tutti sulla stessa barca.

 
17/02/2010 - PIGS (Roberto Pazzi)

Caro Professore, è noto che i momenti di crisi offrano sempre grandi opportunità. In Europa chi non ha perso tempo è stata la grande Germania che ora mina il fragile equilibrio. Sono molti i fatti: recentemente ha candidato Axel Weber, capo della Banca Centrale tedesca, a leader della BCE per l’imminente scadenza Ottobre 2011. Inoltre, proprio oggi è notizia che tra i bond tedeschi e quelli portoghesi c’è un punto percentuale di differenza (WSJ, February 17, 2010) mentre fino a due anni fa non si faceva differenza nell’acquistare i bond europei. Anche sul piano militare la Germania è presente con ben 4.500 soldati in Afghanistan (3 volte l'Italia), compiacendo le richieste NATO (www.globalsecurity.org). E per ultimo la 'forte' politica monetaria europea ha soprattutto penalizzato l’export dei paesi non organizzati e strutturati tanto quanto la Germania che si mantiene primo paese al mondo per l’export. Questa strategia mira ad esplicitare delle differenze, a manifestare una superiorità(a danno dei soliti PIGS) a cui non si deve assistere senza essere propositivi. Ecco perché giustamente i pochi fondi italiani, faticosamente resi disponibili, andrebbero - subito - ben investiti (Ottobre 2011 ... è quasi ieri).

 
17/02/2010 - sottoscrivo il commento di Alessandro (romano calvo)

Sottoscrivo in pieno il commento del sig. Alessandro. L'analisi contenuta in questo articolo è fatta con le lenti della vecchia economics anglosassone. L'articolo dimostra quanto sia difficile uscire da quei paradigmi. Ed alla fine le ricette sono sempre le stesse: tagliare le spese, svalutare l'euro, accettare un po di inflazione... Possibile che non si riesca a prenderla da un altro punto di vista? Ad esempio pensando all'Europa come ad un attore economico unitario, con un proprio mercato interno ed autonome possibilità di gestione della massa monetaria? Possibile che non si possa discutere sulle cause per cui gli stati europei sono così indebitati? Mai che si possa toccare il ruolo della BCE e del sistema bancario? Quando scoprirete che il sistema di welfare europeo, con tutti i suoi acciacchi, è la garanzia di sopravvivenza della nostra civiltà? Altro che inciampi e freni per lo sviluppo. romano.calvo@libero.it

RISPOSTA:

Le consigliamo la lettura di questo articolo del Prof. Carlo Pelanda: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=61985 Un saluto. La redazione

 
17/02/2010 - la danza della pioggia (Alessandro d'Alessandro)

Invece di attendere la svalutazione dell'Euro come la pioggia dal cielo, nei giorni scorsi il governo ha attivato un canale di finanziamento e garanzia delle esportazioni, attraverso CDP e SACE, per un totale di 10 miliardi di Euro, che evidentemente le Banche non sono più disposte a garantire. Se aspettiamo che sia il mercato, o la BCE, a risolvere la situazione delle imprese italiane esportatrici, possiamo metterci comodi... tutto quello che può venire dai canali del mercato, nel momento attuale, si chiama "attacco speculativo". Come quello, timido ma minaccioso, dei giorni scorsi, in cui è apparsa la notizia dell'inesistente buco di 9 miliardi, scovato da qualeche zelante e malfidato galoppino di qualche grosso fondo, messo lì a spulciare la contabilità di Stato. Prove tecniche di speculazione, molte delle quali basate su dati che andrebbero letti con meno superficialità, come quello del PIL. Mi importa poco che il PIL spagnolo o quello americano abbiano galoppato, a differenza di quello italiano, se poi vengo a scoprire che la grande galoppata era tutta a credito. Ora spagnoli e americani piangono lacrime amare, l'Italia dimostra invece la solidità di base della sua economia, pur nelle enormi difficoltà che vengono dalla burocrazia e dal credit crunch. Le riforme economiche ed amministrative sono necessarie, ma bisogna anche smetterla di guardare all'Italia con lenti "anglosassoni"...guardate in che disastro hanno gettato il mondo, i novelli Adam Smith!