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FINANZA/ Il "mago" Bernanke fa sognare gli Usa, ma mette in crisi l'Europa

Pubblicazione:giovedì 25 febbraio 2010

Bernanke_FedR375.jpg (Foto)

Il presidente della Fed, si sa, ha sorpreso i mercati aumentando il tasso di sconto di un quarto di punto. Poi ha precisato, di fronte al Congresso, che questo non sta a indicare un cambio di rotta nella politica del costo del denaro destinato a restar basso per molto tempo ancora.Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo, ma non è sfuggita la preoccupazione che sta dietro alla mossa della banca centrale: allargare la forbice tra il tasso di sconto, ovvero quello dei prestiti alle banche, e quello dei Fed Funds, oggi assai più stretta che in condizioni normali per consentire alle aziende di credito di approvvigionarsi di capitali con cui sostenere l’economia.


 

Purtroppo questo non è successo: in Usa come in Europa, questi quattrini, che non sono usciti dal circuito interbancario, sono serviti alle grandi banche d’affari (pur dotate, dopo la crisi dei paracadute concessi alle banche commerciali) per fare grossi utili finanziari.


 

In sostanza, Bernanke cerca in qualche maniera di correggere questa situazione, in attesa che il rimbalzo del Pil si traduca in una ripresa vera, anche sul fronte dell’occupazione e dei consumi: una speranza più che una convinzione, almeno per ora. Ancor peggio la situazione in Europa, anche al netto del dramma greco.


 

Impressiona, al proposito la forbice tra i risultati, positivi, di Deutsche Bank grazie all’intermediazione finanziaria e la crisi di Commerzbank, più ancorata all’attività tradizionale (immobiliare, in particolare) su cui gravano le tante partite a rischio ereditate da Dredsner. Il risultato? Dopo il rimbalzo del 2009, i listini hanno basi d’argilla, in assenza di una ripresa convincente dell’attività reale. E cresce la paura per le prossime scadenze: primavera ed estate saranno cruciali per definire tante partite aperte negli anni del denaro facile (larga parte dei subprime Usa andrà a scadenza nel 2010/11).


 

Il rischio, dunque, è che torni a ballare l’orso, magari sull’onda di qualche errore dei potenti, come quelli che, nel 1937, fecero ripiombare gli Usa nella crisi per colpa di un rialzo troppo affrettato del costo del denaro. Ad ascoltare Ben Bernanke, la Fed non ripeterà quegli errori. Anzi, prende piede la tesi che, per far decollare la ripresa, ci voglia nuovo deficit e una bella boccata di inflazione.


 

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