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FINANZA/ Il "mago" Bernanke fa sognare gli Usa, ma mette in crisi l'Europa

Ad ascoltare Ben Bernanke, la Fed non ripeterà gli errori del 1937. Anzi, prende piede la tesi che, per far decollare la ripresa, ci voglia nuovo deficit e una bella boccata di inflazione. Ma ciò non è possibile in Europa

Bernanke_FedR375.jpg (Foto)

Dall’inizio del 2010 il valore di un credit default swap, ovvero l’assicurazione contro l’eventuale insolvenza, sul debito pubblico americano è salita del 34% circa. La media, in Europa, sale addirittura al 35%. Basti questo dato per capire che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’incertezza è tornata a regnare sovrana sulle piazze finanziarie internazionali.


 

A che si deve questo malessere? In parte alla sensazione di incertezza in arrivo dalle capitali politiche del pianeta. Non a caso, la febbre del Vecchio Continente è schizzata oltre ogni livello di guardia nel momento più acuto della crisi greca per poi rientrare, seppur solo in parte, dopo le assicurazioni di Herman Van Rompuy, presidente dell’Unione Europea, che la Comunità avrebbe difeso l’integrità monetaria dell’eurozona.


 

Stesso copione negli Usa: a Washington si respira, al di là dei proclami anti-banchieri del presidente Obama, a uso e consumo dei media, aria di grande smarrimento, anche per la litigiosità del Congresso, che sfiora livelli italiani. “Quand’ero alla Fed negli anni Ottanta - commenta Paul Volcker, il consigliere del presidente - per una nomina di un certo livello bastava una settimana. Ora, dopo più di un anno, non ci si è accordati sul nome del vice al Tesoro”.


 

Non stupisce, in una cornice del genere, che a Wall Street prevalga la sensazione che la grande riforma del sistema finanziario sia destinata a rientrare nel cassetto, con il risultato di rinfocolare il rancore contro le grandi banche, Goldman Sachs in testa, uno dei pochi sentimenti che accomunano Usa ed Europa.


Non è, naturalmente, solo colpa della politica. Anzi. Tanto era facile interpretare il rimbalzo dei mercati nel 2009 (e, di riflesso, recuperare parte delle perdite), tanto è difficile cavalcare l’onda di una situazione delicata quale quella attuale, sia sul fronte dei listini azionari che del mercato dei bond. Non a caso, dopo la grande vendemmia dell’ultima parte del 2009, l’offerta sul fronte dei corporate bond si è drasticamente ridotta, sia in America che in Europa, con il risultato che le poche offerte a più alto rating (vedi l’Enel) incontrano un impressionante successo.


 

Ma di offerte del genere, al momento, ce ne sono davvero pochine. In Borsa, a giudicare dai dividendi più alti degli interessi dei bond, le proposte interessanti non mancano. Ma non tutti si fidano, a fronte di indicazioni macro e micro che si prestano a diverse letture. La questione chiave, naturalmente, riguarda il livello dei tassi americani ovvero, tempi e modalità del rientro dal “quantitative easing”, la pioggia di liquidità che ha caratterizzato la politica di Ben Bernanke.


 

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