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FIAT/ Cosa si nasconde dietro lo scontro tra Marchionne e il Governo?

Nelle polemiche di questi giorni su Fiat si rischiano di perdere di vista alcune cose fondamentali che possono spiegare la lite in atto tra azienda e Governo. FRANCO SARO prova a far luce sulla vicenda. VOTA IL SONDAGGIO

marchionne_pensoso_R375.jpg (Foto)

Qualcuno, di solito molto ben informato, racconta che il governo sapesse della chiusura di Termini Imerese già da molti mesi. In un incontro ai massimi livelli, Fiat ha messo sul piatto le difficoltà e i costi che sosteneva per produrre in Sicilia e a Pomigliano D’Arco. Allora, sostengono le stesse fonti, il governo promise aiuti per lo stabilimento campano perché i dipendenti erano, e sono, circa 5 mila e la tensione sociale sarebbe arrivata a livelli non controllabili, e allargò le braccia su Termini Imerese. L’azienda torinese prese atto, lasciò il tavolo e accelerò i tempi dell’operazione in Serbia dove conta di realizzare 200 mila auto all’anno.

Ammesso che le informazioni siano esatte, da allora la situazione è completamente cambiata: si è passati da un accordo informale a uno scontro radicale. Di fatto non è successo ancora nulla, ma i toni del ministro Scajola sono da guerra aperta e le risposte di Sergio Marchionne ben poco diplomatiche.

Nelle polemiche si perdono, però, di vista alcune cose fondamentali. La prima è che Fiat, forse perché non ha nuovi e importanti lanci di prodotti nel 2010, può fare a meno degli incentivi ma il mercato dell’auto in Italia no. Senza il contributo statale alla rottamazione, una droga per la domanda di cui si dovrebbe, potendo, fare a meno, le vendite alla fine di quest’anno raggiungerebbero una cifra vicina a 1,7-1,8 milioni di vetture.

Tutte le case automobilistiche estere in Italia avrebbero non poche difficoltà, una parte delle aziende dell’indotto tirerebbero giù la saracinesca e una fetta significativa dei concessionari, che attualmente occupano circa 170 mila persone sarebbero costretti a fare la stessa cosa. Il neo presidente della categoria Filippo Pavan Bernacchi da un mese si sbraccia per far capire che gli incentivi auto non sono incentivi alla Fiat e che lo scorso anno il 70% di quanto è stato stanziato è finito nelle casse di costruttori esteri, ma le sue sembrano parole al vento: «È paradossale» racconta «che per “aiutare” alcuni lavoratori, se ne sacrifichino altri, mille volte più numerosi che quasi sempre non godono di nessun ammortizzatore sociale».

Il secondo punto è che a Termini Imerese non si possono produrre auto perché costano più che altrove. In Sicilia non si è creato un indotto significativo e la maggior parte dei componenti arrivano dalla Basilicata o dal Lazio. Se ci fossero dei trasporti decenti il sistema potrebbe essere efficiente, ma in ogni caso sarebbe più costoso. In un momento difficile di mercato durante il quale si riducono i margini di guadagno, mille euro spostano di molto i termini economici della questione. A Termini Imerese si può fare altro. Ma qualsiasi cosa si farà, è quasi certo che la spesa per il contribuente non sarà pari a zero.

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COMMENTI
10/02/2010 - art. 46 della costituzione italiana (Antonio Pocobello)

Il primo punto, di questo articolo, è “che lo scorso anno il 70% di quanto è stato stanziato è finito nelle casse di costruttori esteri”. Il secondo punto è “che a Termini Imerese non si possono produrre auto perché costano più che altrove. Poi si conviene che a Termini Imerese si può fare altro. Ma qualsiasi cosa si farà, è quasi certo che la spesa per il contribuente non sarà pari a zero”. Ed allora è giunto il momento che i lavoratori e lo Stato prendono coscienza che nella nostra costituzione esiste anche l’articolo 46 che non ha mai ha avuto applicazione: Articolo 46 - Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. E’ solo questione di volontà politica di dare gli aiuti di Stato direttamente ai lavoratori e non più al “capitalista” di turno che per sua convenienza non vuole o non può continuare ad operare in Italia perché allettato da profitti migliori delocalizzando all’estero. E se tutti delocalizzano noi che facciamo ? Quindi che i lavoratori con l’aiuto di tutti, esclusi i sindacati, trovino il modo di continuare a fare auto o a diversificare la produzione. Per maggiori chiarimenti in merito consiglio leggere: http://www.unitiperlitalia.it/pagina.asp?p=Attivita&IdAttivita=169 L’azienda è di tutti. http://www.unitiperlitalia.it/pagina.asp?p=Attivita&IdAttivita=172

 
10/02/2010 - Un piccolo suggerimento (Lorenzo ROMANO)

E’ indubbio che Marchionne sa fare piuttosto bene il proprio lavoro, altrimenti addio Fiat ma è un addio a tutta la Fiat! Per chi non l'ha ancora capito è quasi tutta la produzione italiana ed europea in generale a non essere più competitiva a livello mondiale: importiamo di più di quanto esportiamo e allora? Fa bene Scajola a tagliare corto con la Fiat altrimenti vi sarebbero altre importanti risorse gettate ad un vento che non durerebbe più di qualche mese! Per T. Imerese - però - occorre fare qualcosa, il mio suggerimento è: riconvertiamo la produzione verso altri obiettivi ed ho un bel piano industriale già bello che pronto (non scherzo!). Poi, concordiamo con la Fiat l'affitto dell'impianto ad un prezzo di "affezione" e rilanciamo il Made in Italy meccanico, cosa che manca da tempo immemore! Ripeto: il piano industriale per T. Imerese c’è e ci sono altri progetti per il rilancio di molte altre Aziende in crisi, occorre far sì che il Governo li faccia propri e li discuta con Marchionne, con le rappresentanze tedesche, indiane, ecc., ovvero col mezzo mondo che al tempo delle "vacche grasse" comprò i nostri gagliardi stabilimenti. rolo45@libero.it

 
09/02/2010 - Fiat ma quanto mi costi.... (marco penazza)

Senza nulla togliere ai lavoratori Fiat che si trovano sull'orlo della chiusura di Termini Imerese, ed alle loro famiglie che la crisi si inghiotte inesorabilmente privandole di un futuro sereno, osservo che in ogni caso ci sono lavoratori di serie "A" e di serie "B" in questo Paese. Le grosse industrie, sono sempre le più favorite rispetto alla stragrande maggioranza delle piccole imprese che compongono lo spessore produttivo ed economico del ns. Paese. Basta essere un dipendente Fiat, o un dipendente di qualche nome aziendale illustre, arrampicarsi su una torre con una bandiera, o su un tetto e campeggiarvi per qualche giorno, e l'attenzione c'è tutta ed assicurata da parte di sindacati, industriali politici e media. Sono quelli come me, dipendenti di piccole aziende, che un bel giorno a 50 si vedono espulsi dal sistema lavoro, con le stesse famiglie a carico, ma impossibilitati ad attirare attenzione arrampicandosi su torri e tetti perchè non costituiscono una massa presi per ogni singola microrealtà Aziendale. Ecco noi non abbiamo nemmeno quella possibilità di "campeggiare" sui tetti in segno di protesta contro il licenziamento, e vedersi al TG1 in prima serata a titoli cubitali..e siamo la maggioranza, una magggioranza senza voce, che subisce la crisi in silenzio. Eppure la crisi ha colpito pesantemente anche noi con le nostre famiglie e le nostre aspettative, ma cosa accadrà ? Certamente il Governo deve intervenire con gli aiuti e gli incentivi,ma non a realta'"bollite"

 
09/02/2010 - Qualche dimenticanza... (sandra fei)

Si continua a parlare degli aiuti per la rottamzione, quali incentivi al mercato delle auto, ma si dimentica che la FIAT quando ha aperto Termini Imerese ha ricevuto un bel po' di soldi per portare lavoro al Sud. Azione questa che era stata allora molto criticata al Nord. Da molto tempo, non solo da ora che c'è la crisi, quella fabbrica ha problemi, anche perché nella buona tradizione italiana, quella sede era, almeno all'inizio e finché la pacchia è durata, una situazione per ricevere soldi dallo Stato, o meglio, dai contribuenti. Non è mai stata potenziata. Non si è mai pensato di farne una nicchia di produzione particolare, ma la si è gestita così come una sede in più per fare un favore ai vari governi sulla politica del Mezzogiorno. Questo è il problema di fondo. Al giorno d'oggi, dappertutto nel mondo, grandi aziende come la Fiat costruiscono realtà particolareggiate o di nicchia, che offrono maggiore sicurezza all'azienda, al territorio e ai lavoratori. Ma i governi italiani non sono né forti né previdenti nell'imporre condizioni che tendano a sviluppare il lavoro e le produzioni in questo modo. Non parliamo dei sindacati, che mai hanno saputo avere una visione ampia, che servisse a tutti e a lungo termine. Che tristezza tanta falsità! Aggiungo solo che l'arroganza della Fiat non aiuta nessuno. Forse bisognerebbe pensare a delle trattative più "generose" per ricercare delle soluzioni migliori per i lavoratori, per l'azienda e per il territorio.