BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DIBATTITO/ Cari Alesina e Ichino, perché avete venduto la famiglia al Pil?

Pubblicazione:giovedì 11 marzo 2010

Libro_StudioR375.jpg (Foto)

Il filo del ragionamento di Alesina e Ichino è il seguente: un mercato più efficiente dà più possibilità di impiego per i giovani e per renderlo più efficiente basta rendere un po’ più precari i padri così da “costringere” i figli a muoversi anche geograficamente alla ricerca di un impiego. Logico. Ma se i due economisti portassero fino in fondo questa tesi dovrebbero concludere che gli immigrati (regolari o irregolari), senza casa, senza un lavoro stabile, spesso senza una famiglia, sono assai più utili all’efficienza del mercato dei figli di italiani che hanno il padre con un lavoro, possono contare sulla cassa integrazione o sul pensionamento anticipato. E in effetti è proprio così.

 

Togliere garanzie per indurre la mobilità è una proposta autoritaria e illiberale, perché non dà scelta se non quella di vagare alla ricerca di un lavoro accettandone uno qualsiasi. Alesina e Ichino sostengono, però, che il mercato sarebbe così più efficiente e, grazie alla corretta allocazione delle risorse umane, offrirebbe maggiori opportunità di lavoro e più ricchezza per tutti e quindi la probabilità statistica che il giovane, “mobile” e “adattabile”, trovi un’occupazione aumenterebbe esponenzialmente.

 

Il “modello”, insomma, funziona. Ma a parte il fatto che ciò di cui si sta parlando sono persone e non funzioni di un algoritmo, bisognerebbe anche chiedersi quale tipo di lavoro. Il figlio, privato di ogni altra alternativa, avrebbe assai meno potere contrattuale di fronte alle imprese che glielo offrono (e non escluderei che sia esattamente questo lo scopo che si vuole raggiungere) magari senza garanzie, senza contratto, senza tutele. Un mercato del lavoro, insomma, un po’ più selvaggio. Non di molto, ma un po’ sì. Un mercato nel quale non si capisce, tra l’altro, quale funzione dovrebbero svolgere i sindacati. Probabilmente nessuna. E per fortuna che nella premessa dell’articolo i due economisti affermano di voler “migliorare il modo in cui la famiglia contribuisce al benessere del nostro Paese”.

 

Il problema, molto più banalmente, riguarda il livello di reddito sul quale un giovane laureato può contare. L’Italia vanta i salari più bassi d’Europa che rendono assai difficile a un figlio vivere dignitosamente senza l’aiuto della famiglia di provenienza. Il motivo dei bassi salari sta nella bassa produttività, a sua volta causata dai minimi investimenti delle aziende in nuove tecnologie e in ricerca, a sua volta poco e male incentivate da uno Stato oberato dal terzo debito pubblico del mondo.

 

Un debito che consente ben poche riforme a sostegno della trasformazione tecnologica delle aziende del Paese. Se non si vuole cadere nel grottesco è ben difficile imputare alla struttura famigliare italiana la responsabilità della scarsa innovazione delle aziende.

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
11/03/2010 - Basta con le leggende sull'università! (Guido Cifoletti)

Condivido abbastanza questo articolo, ma mi dà decisamente ai nervi un piccolo inciso: "che in Italia esista una forma di familismo amorale è pacifico, basta vedere chi vince i concorsi universitari". Evidentemente si prende per buona la leggenda metropolitana per cui per vincere questi concorsi sia necessario essere figli o parenti di un professore: e che i "baroni" siano onnipotenti e insindacabili nella loro gestione. Siccome lavoro in università da 36 anni, ed ho percorso tutta la carriera, posso dire che tutto ciò non corrisponde affatto alla mia esperienza. Affermo con serenità che nei concorsi a cui ho partecipato, sia da candidato sia da commissario, ha sempre vinto il merito: conosco casi di figli che hanno seguito le orme dei padri, ma si trattava sempre di persone valide e capaci di difendersi da sole.

 
11/03/2010 - Sono perplesso! (Francesco Prati)

Noto con un certo rammarico, che ancora una volta si torna a parlare dell'ultimo libro dei prof. Alesina e Ichino, in un modo che definirei distorto. Premesso che nel libro si parla anche del "familismo morale" (a pag.15), negli articoli di commento ci si dimentica sempre di citarlo (o forse sarebbe più opportuno una lettura più approfondita). Per quanto riguarda le tesi poi proposte, nemmeno io sono d'accordo con tutte le soluzioni, ma ho trovato interessanti intuizioni sull'analisi del "modello italiano". Per esempio il fatto che la famiglia sia il principale fornitore (e non cliente) di "welfare state" possa essere considerato un problema! Uno Stato non può delegare alla famiglia quelle che sono delle proprie prerogative (assicurazione contro la disoccupazione, incentivare la meritocrazia o la mobilità sociale, od ancora fornire servizi di asilo e di assistenza ai genitori). Questo perchè non si può discriminare chi non è stato così fortunato da nascere nella "famiglia giusta"! Infine nel libro viene criticato parte del sistema universitario, qui riportato come solo un problema di "Università vicino a casa". In realtà la questione affrontata è quella dell'egualitarismo formale, cioè il voler riconoscere indifferentemente un titolo di studi, indipendentemente da dove conseguito, non riconoscendo la reale meritocrazia. Poi il libro ricorda come, oltre agli USA, anche in Francia ci sia il sistema delle "Grandi Scuole", ma bisogna arrivare a pag. 113 del libro.

RISPOSTA:

È certamente vero che nelle prime pagine si esalta il “familismo morale”, ma non bisogna accontentarsi di così poco. Perché riconoscere i meriti della famiglia in quanto produttrice di welfare è riconoscere l’ovvio. Basta averla, una famiglia, per accorgersene. Il succo del libro consiste nelle soluzioni proposte per risolvere il problema del “familismo amorale” e nell’idea che sta dietro a tali soluzioni. Le consiglio pertanto: p. 79 (gli asili li devono pagare chi ha figli e non chi non li ha), p. 87 (la denatalità non è un problema) p 88 (l’eventuale aumento dei divorzi “non è detto che sia un male”) p. 93 (il Pil non cresce perché agli italiani piace avere delle “regine della casa”), p. 101 (se il padre non è certo del proprio lavoro i figli escono più facilmente di casa, presentato come un dato asettico, in realtà è una premessa) p. 112 (le famiglie votano i politici che garantiscono l’Università vicino a casa), p. 129 (la concorrenza tra le imprese per accaparrarsi i lavoratori migliori rende inutile lo Statuto dei lavoratori). Buona lettura. PS. Sull’Università: quello che lei dice è certamente vero e io lo condivido in pieno. Ma quando si sostiene che sono le famiglie a volere le Università sotto casa e per ottenerle sono anche disposte ad avere una istruzione scadente, beh, qui ci scappa la risata. Perché se in Italia gli atenei proliferano la responsabilità è di una politica scolastica che sperpera denaro di tutti per creare poltrone utili solo per i professori. Marco Cobianchi