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DIBATTITO/ Cari Alesina e Ichino, perché avete venduto la famiglia al Pil?

Pubblicazione:giovedì 11 marzo 2010

Libro_StudioR375.jpg (Foto)

Alberto Alesina e Andrea Ichino, in un articolo pubblicato dal Sole 24Ore domenica 7 marzo, replicano alle osservazioni critiche al loro ultimo libro, L’Italia fatta in casa. La replica merita una risposta. Semplificando, le tesi del libro sono due:

 

1) La famiglia italiana contribuisce poco alla crescita economica del Paese perché molte delle attività che in altri Paesi vengono svolte dal mercato (cura dei figli, pulizia, cucina) in Italia vengono svolte in casa. Dalle donne in particolare. Se si vuole aumentare il contributo della famiglia al Pil occorre fare uscire le donne di casa e la strada migliore è detassare il loro lavoro.

 

2) La famiglia italiana è spesso un freno alla meritocrazia e alla mobilità geografica dei giovani che preferiscono non muoversi da casa (o muoversi ma nel raggio di un chilometro da casa) potendo godere delle sicurezze dei genitori (reddito “certo”, cassa integrazione). Perciò per indurre i figli a uscire di casa occorre togliere un po’ di sicurezza ai padri.

 

L’argomento più interessante contenuto nell’articolo del Sole (assai più moderato rispetto al libro) consiste nel fatto di considerare la famiglia come “produttrice di beni e servizi tra cui, in particolare, l’assicurazione contro la disoccupazione […]. Un ruolo che richiede la protezione assoluta del reddito del capofamiglia maschio a cui lo Stato garantisce dunque il lavoro o comunque il potere d’acquisto mediante la cassa integrazione e, nella peggiore delle ipotesi, il traghettamento senza troppi traumi alla pensione anticipata”. Questo sistema di welfare danneggia i giovani, i quali “fanno e faranno sempre più fatica a trovare un impiego”, perché poco disposti a spostarsi causando “l’immobilità geografica” che “rende il Paese meno efficiente”.

 

È del tutto evidente che la divergenza riguarda temi valoriali. Ovvero: è la famiglia che deve essere utile all’economia o è l’economia che deve essere utile alla famiglia? Detta altrimenti: è più utile introdurre modifiche all’interno della famiglia per sostenere la produttività del mercato o è meglio introdurre modifiche all’interno del mercato al fine di sostenere la famiglia?

 

Io sono per il secondo approccio, Alesina e Ichino per il primo. Aggiungo subito, a scanso di equivoci, che essere pro-famiglia non significa essere anti-mercato: questo è l’equivoco culturale di fondo dal quale una certa cultura economica deve ancora liberarsi. Diamogli tempo. Ma sono le proposte concrete che non reggono alla prova dei fatti.

 

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COMMENTI
11/03/2010 - Basta con le leggende sull'università! (Guido Cifoletti)

Condivido abbastanza questo articolo, ma mi dà decisamente ai nervi un piccolo inciso: "che in Italia esista una forma di familismo amorale è pacifico, basta vedere chi vince i concorsi universitari". Evidentemente si prende per buona la leggenda metropolitana per cui per vincere questi concorsi sia necessario essere figli o parenti di un professore: e che i "baroni" siano onnipotenti e insindacabili nella loro gestione. Siccome lavoro in università da 36 anni, ed ho percorso tutta la carriera, posso dire che tutto ciò non corrisponde affatto alla mia esperienza. Affermo con serenità che nei concorsi a cui ho partecipato, sia da candidato sia da commissario, ha sempre vinto il merito: conosco casi di figli che hanno seguito le orme dei padri, ma si trattava sempre di persone valide e capaci di difendersi da sole.

 
11/03/2010 - Sono perplesso! (Francesco Prati)

Noto con un certo rammarico, che ancora una volta si torna a parlare dell'ultimo libro dei prof. Alesina e Ichino, in un modo che definirei distorto. Premesso che nel libro si parla anche del "familismo morale" (a pag.15), negli articoli di commento ci si dimentica sempre di citarlo (o forse sarebbe più opportuno una lettura più approfondita). Per quanto riguarda le tesi poi proposte, nemmeno io sono d'accordo con tutte le soluzioni, ma ho trovato interessanti intuizioni sull'analisi del "modello italiano". Per esempio il fatto che la famiglia sia il principale fornitore (e non cliente) di "welfare state" possa essere considerato un problema! Uno Stato non può delegare alla famiglia quelle che sono delle proprie prerogative (assicurazione contro la disoccupazione, incentivare la meritocrazia o la mobilità sociale, od ancora fornire servizi di asilo e di assistenza ai genitori). Questo perchè non si può discriminare chi non è stato così fortunato da nascere nella "famiglia giusta"! Infine nel libro viene criticato parte del sistema universitario, qui riportato come solo un problema di "Università vicino a casa". In realtà la questione affrontata è quella dell'egualitarismo formale, cioè il voler riconoscere indifferentemente un titolo di studi, indipendentemente da dove conseguito, non riconoscendo la reale meritocrazia. Poi il libro ricorda come, oltre agli USA, anche in Francia ci sia il sistema delle "Grandi Scuole", ma bisogna arrivare a pag. 113 del libro.

RISPOSTA:

È certamente vero che nelle prime pagine si esalta il “familismo morale”, ma non bisogna accontentarsi di così poco. Perché riconoscere i meriti della famiglia in quanto produttrice di welfare è riconoscere l’ovvio. Basta averla, una famiglia, per accorgersene. Il succo del libro consiste nelle soluzioni proposte per risolvere il problema del “familismo amorale” e nell’idea che sta dietro a tali soluzioni. Le consiglio pertanto: p. 79 (gli asili li devono pagare chi ha figli e non chi non li ha), p. 87 (la denatalità non è un problema) p 88 (l’eventuale aumento dei divorzi “non è detto che sia un male”) p. 93 (il Pil non cresce perché agli italiani piace avere delle “regine della casa”), p. 101 (se il padre non è certo del proprio lavoro i figli escono più facilmente di casa, presentato come un dato asettico, in realtà è una premessa) p. 112 (le famiglie votano i politici che garantiscono l’Università vicino a casa), p. 129 (la concorrenza tra le imprese per accaparrarsi i lavoratori migliori rende inutile lo Statuto dei lavoratori). Buona lettura. PS. Sull’Università: quello che lei dice è certamente vero e io lo condivido in pieno. Ma quando si sostiene che sono le famiglie a volere le Università sotto casa e per ottenerle sono anche disposte ad avere una istruzione scadente, beh, qui ci scappa la risata. Perché se in Italia gli atenei proliferano la responsabilità è di una politica scolastica che sperpera denaro di tutti per creare poltrone utili solo per i professori. Marco Cobianchi