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DIBATTITO/ "Non siamo contro la famiglia, ma per la libertà dei singoli". Andrea Ichino risponde alle "accuse" del sussidiario

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Il punto è se questo equilibrio tra produzione ufficiale e produzione familiare parallela va bene o no, cioè se non sarebbe meglio che producessimo un po’ meno in famiglia e un po’ più nel mercato.

 

Lei cosa pensa dell’introduzione del quoziente familiare?

 

Il quoziente familiare favorisce l’equità tra le famiglie, ma a scapito dell’equità tra i membri di sesso diverso all’interno di esse. Quindi è vero che col quoziente trattiamo fiscalmente in modo più equo le famiglie prese come unità, però, tassando col quoziente solo il reddito familiare, finiamo per aumentare l’aliquota marginale della persona che all’interno della famiglia guadagna di meno. E guarda caso è la donna.

 

Può fare un esempio?

 

Consideriamo una famiglia con due membri: uno con reddito 75 e un altro con reddito 25. Il quoziente prevede un’aliquota per entrambi corrispondente ad un reddito di 50. Ma questo cosa comporta? Che per via della progressività della tassazione, la persona che guadagna di meno si ritrova - vista come singolo individuo - ad avere un’aliquota fiscale marginale molto più alta di quella che avrebbe avuto se fosse stata tassata come singolo. Siccome tipicamente sono le donne a trovarsi in questa situazione, col quoziente familiare privilegiamo la famiglia a scapito della donna.

 

Ma è meglio il quoziente familiare o la tassazione standardizzata?

 

Dipende che cosa vogliamo privilegiare: le famiglie, o l’equità tra i membri all’interno di una famiglia? Vedo però già l’accusa dietro l’angolo. Nella famiglia non sempre usiamo criteri di mercato per dividere la «torta» prodotta dalla famiglia. Diamo ai figli non in base a ciò che producono ma in base ai bisogni. Se la penso così - lei mi dirà - dovrei essere a favore del quoziente familiare, che fa esattamente questo.

 

Glie lo dico. Non è una contraddizione?

 

Sì, ma solo in apparenza. Perché lo Stato deve anche preoccuparsi degli individui, e della possibilità che per via di questo particolare regime familiare si finisca per fare un danno alla società nel suo complesso. Pensi ad un sistema in cui le donne lavorano meno e gli uomini invece moltissimo. Certamente non farebbe bene ai figli, perché non vedrebbero mai i padri. E allora? Gli stessi cattolici parlano di difesa dei figli all’interno della famiglia. Il quoziente va benissimo, però ha questo difetto: la donna ne rimane potenzialmente danneggiata (qualora volesse lavorare di più e qualora fosse un bene per la società che lei lavorasse di più), a vantaggio di un altro beneficio. Occorre decidere cosa si vuole.

 

Le donne sono incentivate dal sistema a restare in famiglia. Si tratta di invertite questa tendenza consolidata, diminuendo i vincoli familiari, oppure di introdurre più libertà di scelta?

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista ad Andrea Ichino

 

 


COMMENTI
16/03/2010 - sono perplesso (giovani help)

ho tentato di star dietro al filo del discorso dando credito ma proprio non mi torna. una volta si diceva che piccole imprese e famiglia erano il motore dell'italia..ora non più. non voglio scendere nel luogo comune ma proprio mi sembra una forzatura non considerare la famiglia come motore produttivo e di consumo. per non parlare dell'indotto che questa genera

 
14/03/2010 - Continuiamo il dialogo con Andrea Ichino! (Giuseppe Crippa)

Questa bella intervista di Federico Ferraù ha il merito di consentire ad Ichino di chiarire meglio cosa pensi del rapporto tra individui e famiglia col risultato di farcelo sentire “più vicino”, anche se certe distanze permangono ancora. La sua perplessità sul “quoziente famigliare”, pur tecnicamente corretta riguardo all’esempio da lui citato, è comunque molto discutibile perché parte dall’assunzione che i genitori tengano per se i propri redditi mettendone in comune solo una parte per il sostentamento dei figli. Ma chi dice che nelle famiglie sia sempre così? Nella mia, per esempio, i redditi dei genitori sono a disposizione di tutta la famiglia, senza alcuna divisione. Quindi trovo corretto l’assoggettare il reddito famigliare ad un’unica aliquota, quella relativa al “quoziente famigliare”. Sarebbe bello comunque che Il Sussidiario continuasse il dialogo con Ichino, persona di notevole valore e, come abbiamo visto, ben disponibile al confronto, perché questa materia è davvero di grande importanza.

 
13/03/2010 - incredibile! (Flavio Dal Corso)

Io non posso credere che Ichino creda a tutto quello che dice. Descrive come quoziente famigliare quello che è esattamente un cumulo dei redditi, proprio come è stato introdotto alla fine degli anni '70 e che è stato rapidamente dichiarato incostituzionale. Ichino non può non saperle queste cose! Poi dice: "Ma che sia l’individuo ad essere produttore e percettore di reddito non credo si possa dibattere: è semplicemente la realtà dei fatti". Ed invece questo è rigorosamente e assolutamente falso; qualsiasi produttore di reddito ha bisogno di servizi che, se non gli sono forniti dalla famiglia, deve procurarsi altrimenti. Ichino mi ha reso palese un sospetto che ho sempre avuto a riguardo di molti propugnatori del lavoro femminile; date due casalinghe l’optimum per costoro è che continuino a fare le casalinghe, ma ciascuna a casa dell’altra. Così producono PIL (e tasse). Della qualità del lavoro e dalla soddisfazione delle donne lavoratrici non gli importa più di tanto. Non è ammissibile che per promuovere il lavoro femminile si debba costringere le donne a lavorare!

 
13/03/2010 - domanda (gianfranco specchia)

Perchè ieri una famiglia riusciva a sostenersi con il lavoro di una sola persona, ed oggi, nonostante i favori della tecnica, si deve, per sopravvivere, lavorare entrambi? se il lavoro produce ricchezza, dove finisce la ricchezza prodotta in più? ringrazio chi si vorrà cimentare nella risposta.

 
13/03/2010 - a proposito di quoziente familiare (Luciano Barbaglia)

Sarà che non capisco bene, ma mi pare che il quoziente familiare possa essere calcolato in altro modo:nel caso di due sole persone, ciascuna con un proprio reddito, si potrebbe benissimo sopprassedere. Ma se ci fossero, poniamo, altre due persone (figli) a carico -per il 50% ciascuno- dei due percettori di reddito,allora ciascuno di questi (padre e madre)avrebbe a carico 1 figlio.Ogni singolo reddito dovrebbe cioè mantenere due persone, anzichè una; ciascuno dei due imponibili, dunque, andrebbe diviso per metà. Nel caso dei due redditi di cui si parla nell'articolo non avremmo due imponibili da 50 ciascuno, ma uno da 75/2 e l'altro da 25/2.Non sarebbe un modo di rendere giustizia alle famiglie senza stravolgere l'attuale impostazione individualistica?

 
12/03/2010 - Dirigismo sociale? (sandra fei)

E' una formula priva di senso quella di voler rimodellare la famiglia in base a calcoli socio-economici e econometrici. Come se famiglia fosse un oggetto, che passando di moda si cambia o si trasforma a proprio piacimento. Fare un'analisi senza le variabili incontrollabili fondamentali (sentimenti, condivisione, amore e figli ecc.), non porta a nulla. D'altronde, altro non può fare chi confonde individui e persone. E non è la famiglia buon strumento per il mercato, ma piuttosto il contrario. O no? Quando l'autore si riferisce alle donne, sembra che lo scopo loro (nostro) debba essere quello di "fare carriera". Troppo umiliante forse, occuparsi del marito e dei figli e magari lavorare quel tanto o poco per contribuire al bilancio famigliare? A me non sembra, tant'è che vari sondaggi negli ultimi anni hanno rilevato nelle donne un ritorno del desiderio di occuparsi della famiglia più che della propria carriera. Inoltre, l'equazione asili nido =carriera della donna è ridicola. Consiglio di andare a vedere gli innumerevoli studi sull'apprendimento e lo sviluppo (da più di 30 anni!), che dimostrano che i bambini che stanno presto in mezzo ad altri bambini e ricevono presto stimoli di apprendimento (meglio se prima dei 6 anni), avranno capacità maggiori di adattamento alla vita e di sviluppo che non gli altri. Non è sufficiente? Perchè così emeriti professori, come gli autori del suddetto libro, non approfondiscono prima di sentenziare? Siamo al dirigismo sociale, mi sembra.

 
12/03/2010 - Finalmente! (Vulzio Abramo Prati)

Ringrazio il Sussidiario che, dopo tanti articoli contrari e alcuni toni decisamente fuori luogo, ha finalmente dato voce a uno degli autori de "l'Italia fatta in casa". Si può non essere d'accordo con loro su alcuni punti, e su asili nido, quoziente familiare e concetto di famiglia la penso diversamente, ma diamine non hanno offeso nessuno! Viviamo in una società nella quale mancano i supporti base alla famiglia, asili nido, tassazione adeguata, aiuti fiscali e di permessi lavorativi alle famiglie numerose come ad es. nell'illuminista Francia, viene reso sempre più difficoltoso il part-time e la crisi la stanno pagando soprattutto le donne e i "nemici della famiglia" secondo Cobianchi sarebbero Alesina e Ichino? Come direbbe Totò: "ma mi faccia il piacere!" Un'ultima curiosità: dato che il settimanale su cui scrive Cobianchi e il libro ripetutamente criticato hanno lo stesso editore, chissà come l'ha presa quest'ultimo?