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CRISI/ Ristrutturare le aziende? Ecco perché non bastano le leggi, ma tutto dipende dagli uomini

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La legge italiana non è più quella che, come succedeva in passato, condanna eticamente il fallimento di un imprenditore; oggi la visione è più quella anglosassone, che vede la ristrutturazione come “passaggio” da uno stato all’altro, quindi le norme prevedono oggi di poter salvare di un’impresa, una volta entrata in uno stato di crisi, quello che di buono ha potuto esprimere. In questo senso direi che i sistemi normativi dei vari paesi stranieri si equivalgono. Gli istituti maggiormente utilizzati sono certamente quello del concordato preventivo, che dopo la riforma del 2005 rappresenta uno strumento molto più flessibile e al quale può accedere una più vasta platea di imprenditori in crisi. Inoltre, soprattutto là dove la ristrutturazione passa attraverso la messa a disposizione di nuove risorse finanziarie da parte di banche o terzi, noto un ampio ricorso a convenzioni poste in essere in esecuzione di piani di ristrutturazione attestati a norma dell’articolo 67 LF. Sotto questo profilo ritorna quel che si diceva poco fa: il piano che, secondo la lettera della norma, deve apparire “idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria” e la cui ragionevolezza sia attestata da un professionista revisore contabile è lo strumento che potrebbe, anzi dovrebbe, rivelarsi un opportunità per l’imprenditore in crisi.

 

La «variabile umana» nel processo di cambiamento è la più imprevedibile, ma, al tempo stesso, può determinarne il successo o il fallimento. Quanto la gestione del fattore umano incide nei processi di ristrutturazione aziendale?

 

È importante poiché tocca la riduzione dei costi e del costo del lavoro (ove si ricorre a forme di flessibilità, di recupero di efficienza e, come abbiamo visto capitare in misura massiccia, agli ammortizzatori sociali) o dal punto di vista del costo di materie prime e servizi, ove la qualità della produzione è connessa alla capacità di sollecitare la partecipazione dei propri dipendenti, di far condividere ai propri dipendenti lo scopo per cui si produce un determinato bene o servizio. Oggi c’è bisogno, sia nel settore pubblico che in quello privato, di dotarsi di strumenti per poter “misurare” la capacità di servizio del fattore umano e renderlo efficiente in direzione di una razionalizzazione delle risorse e della possibilità di poter rimanere sul mercato.

 

(Concetta S. Gaggiano)

Pubblicato su Giustizia, Anno IV, n° 1 febbraio 2010

 

 

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