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FINANZA/ 1. La Germania pronta ad abbandonare l'Europa che affonda

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Nel caso svizzero le condizioni di stabilità monetaria e basso rendimento hanno originato una ingente erogazione di prestiti a privati e imprese dei paesi dell’Est europeo. In paesi come Polonia, Ungheria e Croazia, il franco svizzero è pertanto divenuto, di fatto, la valuta corrente, la divisa nazionale: migliaia di famiglie e piccole imprese si sono indebitate in franchi svizzeri anziché nella divisa nazionale, contando sull’apprezzamento di quest’ultima rispetto all’euro e sulla stabilità del cambio tra la moneta unica europea e il franco svizzero, che malgrado ciò ha sempre avuto tassi inferiori (e non allineati) a quelli dell’euro.

 

In Ungheria, ad esempio, il 31% dei prestiti sono denominati nella divisa elvetica, proporzione che balza addirittura al 60% per i finanziamenti alle famiglie. Cosa significhi questo scenario, è anche in questo caso presto detto: la chiave della crisi e dei tentativi sovrani dei governi di sfuggire alla terza ondata, quella del debito, in questo momento è quella valutaria. Pensateci un attimo. Abbiamo visto prima scendere il dollaro per i tassi a zero e i conseguenti carry-trades, poi l’euro per il timore sulla Grecia e infine la sterlina per i cosiddetti “attacchi speculativi” legati al debito pubblico alle stelle e al timore di una maggioranza monca alle elezioni del prossimo 6 maggio.

 

Nessuna forza politica, nei fatti, si è alzata a difesa della propria moneta, in nessuno dei tre casi: per tutti è valso il ragionamento in base al quale una moneta più debole aiuta l’export. E qui, arriviamo al caso prima enunciato. Persino la Svizzera, infatti, ha tentato di tenere debole il franco e il Giappone cerca di evitare in tutti i modi la rivalutazione dello yen, soprattutto contro il dollaro: tutti vorrebbero che fosse la Cina a rivalutare la sua moneta, lo yuan ma il cambio dello yuan non è trattato sui mercati, è fissato in base a un peg.

 

Il rischio, ora, è quello della punizione classica per chi svaluta: l’inflazione. Prendiamo il Regno Unito: dai massimi del 2007, la sterlina ha perso contro euro e dollaro tra il 25% e il 30% del suo valore, tutto ciò che verrà importato costerà dunque di più a partire dalle materie prime fino a giungere, alla fine del processo, ai prezzi dei prodotti finiti. Un altro effetto collaterale della svalutazione normalmente è quello di dover riconoscere interessi crescenti ai propri creditori, visto che tali crediti hanno perso valore: ma, ad esempio, i titoli di Stato inglesi decennali continuano a rendere intorno al 4%.

 

La Germania punta a questo, portando così il carrozzone comunitario verso un testacoda fatale: la condizione generale dei Paesi occidentali è oggi, infatti, di forte dipendenza dai capitali esteri per il sostegno del loro debito e questo giochino di svalutazioni per spingere la ripresa attraverso l’export può diventare molto caro, potenzialmente suicida, visto che quando la crisi tornerà a mordere il mercato diventerà più selettivo e avere una valuta forte sarà un vantaggio e non una iattura.

 

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