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FIAT/ In attesa dello spin-off, Marchionne guarda verso la Cina

Pubblicazione:martedì 9 marzo 2010

marchionne_pensoso_R375.jpg (Foto)

Cosa resta della Fiat e quanto vale? Rimangono le macchine agricole di Case New Holland e i camion di Iveco. Può darsi che anche loro trovino partner per alleanze strategiche. Se Fiat auto si fonde con Chrysler, la holding avrebbe meno della metà della nuova aggregazione. Ma ‘'azionista vuol scendere sotto il 30% in modo da non dover consolidare le eventuali future perdite. Quindi ha bisogno di chiudere il triangolo. Per quel che riguarda i valori, Mediobanca si è messa già all’opera e calcola per Fiat auto 5,5 miliardi, press’a poco equivalente ai propri debiti. Il resto del gruppo, invece, vale 12,5 miliardi. L'effetto sulla borsa sarebbe positivo, e potrebbe far salire la valorizzazione fino a 20 miliardi.

 

Diverso è calcolare il peso specifico di una Fiat senza auto e che opera sempre più all'estero (anche CNH, non lo dimentichiamo, è americana). Gli eredi Agnelli si preparano a un distacco dall'Italia (John Elkann del resto è cosmopolita più che italiano) e dalla stessa Torino, nostalgica sede di un tempo che fu. Inutile fare i gozzaniani, attaccandosi alle piccole cose di pessimo gusto. Il mondo gira così e Fiat gira con il mondo. A questo punto, però, anche il resto del paese deve ragionare in modo serio sul che fare.

 

L’automobile è l'industria delle industrie, con l’indotto, l’innovazione, la ricerca, l’occupazione, senza trascurare le entrare fiscali che il sistema automobilistico assicura allo stato. Bisogna chiedersi onestamente se e come riuscirà a garantire un futuro a 60 milioni di persone un’Italia fatta di consumi, microimprese, un vecchio terziario che, per debolezze culturali, imprenditoriali e sindacali, ha perso il treno (i gruppi più forti e innovativi nella distribuzione sono tutti stranieri da Carrefour a Ikea a Zara), con un turismo regredito in posizioni intermedie (nonostante tutte le chiacchiere sulle risorse artistiche e naturali), senza più industria pubblica né grande industria privata (teniamo conto che ormai anche Italcementi, Merloni, Pirelli sono sempre più internazionali). È ora di parlarne. Anzi, è ora di non parlarne soltanto.



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COMMENTI
09/03/2010 - La ringrazio del suo articolo... (forno lodovico)

perchè mi consente un piccolo sfogo personale. Lavoro da 15 anni nel settore auotomotive, prima come ingegnere-tecnico di vendita, poi come commerciale e da circa 4 anni come consulente. Lo schema che si ripete da almeno 5 anni nel mio lavoro è il seguente. I clienti vogliono particolari (componenti meccanici) prodotti con criteri di zero difetti a prezzi che non garantiscono i margini e sempre al ribasso. L'offerta inizia sistematicamente con un piano di produttività (o sarebbe meglio dire sconto) del 4% per 4 anni. Tutto questo avendo come concorrente l'europa dell'est se ti va bene, se no la Cina con 1/10 dei ns. costi di mano d'opera. Sino ad ora non credo di dire niente di nuovo. Con un quadro di questo genere, la razionalità suggerirebbe di cominciare un lavoro ossessionante di miglioramento continuo dei propri processi e quindi dei propri costi. Quello che mi sorprende è che ancora oggi parecchi imprenditori medi e piccoli reagiscono come se si trovassero di fronte ad una situazione che cambierà. Sperano che cambi basandosi sull'illusione di tornare ai bei tempi che furono. Questa esitazione di tipo culturale, rischia di esserci fatale. Occorre parlarne del fatto che il nostro paese, anzi il nostro continente si espone, per i fattori che lei ha illustrato a cui credo di aver aggiunto qualcosa, ad un processo irreversibile di deindustrializzazione che non ci possiamo permettere. Lodovico Forno.