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Economia e Finanza

FINANZA/ La guerra energetica che arricchisce le banche sulle spalle dei consumatori

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Il primo atto delle ostilità si consuma… in Turchia. Qui arrivano, dall’Azerbaijan, via Georgia, un tubo di petrolio (Baku-Tbilisi-Ceyhan) e uno di gas (Baku-Tbilisi-Erzurum). I guerriglieri curdi del Pkk hanno la loro roccaforte nella regione turca tagliata dalle condutture: il 5 agosto del 2008 il Pkk mette fuori uso il BTC con un attentato. Le compagnie petrolifere che controllano la linea (Socar e British Petroleum) dirottano immediatamente le forniture nel terzo tubo georgiano, l’oleodotto Baku-Supsa. Il petrolio riesce così a evitare la Turchia e raggiungere le costa del Mar Nero dove si imbarca per l’Europa.

 

Intanto, però, la Georgia invade l’Ossezia del Sud. La Russia organizza una risposta rapidissima e l’8 agosto contrattacca: i primi obiettivi colpiti dall’aviazione sono il - già fuori uso - Baku-Tbilisi-Ceyhan, senza gravi danni, e il porto georgiano da cui parte il petrolio arrivato col Baku-Supsa. I rifornimenti all’Occidente lungo la via georgiana sono così strozzati. Ora, punto e a capo. Con l’aggravante di un crisi che può rendere la guerra per la supremazia energetica un confronto davvero senza esclusione di colpi.

 

E che dire del minerale ferroso, il cui prezzo da domani salirà del 90% in virtù dell’accordo tra grandi produttori che ha visto BHP Billiton vincere la propria guerra per arrivare a una revisione trimestrale dei prezzi dopo quarant’anni di fixing annuale? Di questo non leggerete da nessuna parte, sembrano notizie per addetti ai lavori, ma il prezzo di queste manovre ricadrà su tutti noi: ne gioiscono però i due giganti, BHP Billiton e Rio Tinto, poiché i nuovi contratti imporranno loro il pagamento del trasporto via nave, ma le reti asiatiche di questi due soggetti sono più vicine di quanto non siano le operazioni in Brasile del competitor Vale, che pagherà di più.

 

Esultano anche gli australiani, in questo caso i produttori che si vedono ora sgravati da quest’onere e diventano quanto mai competitivi. Nemmeno a dirlo, le azioni di BHP Billiton e Rio Tinto sono schizzate alle stelle durante le contrattazioni di ieri pomeriggio a Londra. Chi ha supervisionato l’operazione? Goldman Sachs e Macquarie Bank, ovviamente. E chi ci perde, parecchio, da questo nuovo meccanismo? Già, proprio la già inguaiata Cina. Il rischio più immediato legato alla crescita dell’economia cinese è infatti il risorgere dell’inflazione, come si inizia ad intravedere con l’aumento annuo attestatosi al 2,7% a febbraio. Inoltre, come abbiamo già detto in precedenza, è in corso di formazione una bolla sul mercato immobiliare, dato che nella capitale, Pechino, le case hanno raggiunto un prezzo al metro quadro che sfiora i 4 mila euro, per superare addirittura i 5 mila nelle zone più esclusive, follia in un paese dove i salari ammontano mediamente a 600 euro al mese.

 

Per avere un’idea della crescita dei prezzi immobiliari basta considerare che essi sono cresciuti in un anno dell’8% nelle 70 maggiori città della Cina, ma di oltre il 30% nelle città di Pechino, Shanghai e Shenzhen: qui il prezzo è più che raddoppiato in tre anni. Lo scoppio di una bolla immobiliare sarebbe deleterio per il sistema bancario cinese, che ha prestato solo nel 2009 centinaia di miliardi di dollari per finanziare le costruzioni. Le autorità di Pechino stanno cercando di contenere il fenomeno con una serie di misure restrittive sul credito ma, come si dice in gergo, appare come chiudere il recinto quando i buoi sono già scappati.

 

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