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FINANZA/ La guerra energetica che arricchisce le banche sulle spalle dei consumatori

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Un altro problema è rappresentato dalla valuta cinese, il renmimbi, artificialmente legata al dollaro da un peg non trattato sui mercati ma fisso. Secondo il premio Nobel, Paul Krugman, sarebbe sottovalutata tra il 20 e il 40%, creando in tal modo un enorme danno commerciale agli Usa e agli altri paesi occidentali attraverso una chiara strategia di dumping: il risultato è un accumulo di riserve valutarie pari a 2.400 miliardi di dollari che s’incrementano a ritmi 10 volte maggiori rispetto a 7 anni fa. Un’altra bolla, spaventosa.

 

Questo accordo sul minerale ferroso, per quanto piccolo e arcano ai più, è il primo passo della controffensiva anti-cinese: il fronte energia, come vedete, è in movimento. E sono movimenti di guerra per Pechino e Mosca. I dati Eurostat con cui è cominciato questo articoli, alla luce di tutto questo, sono poca cosa di cui preoccuparsi. C’è decisamente di peggio. Se l’Europa ci manda segnali contrastanti, infatti, il mondo ce ne manda di inquietanti. Ancorché mascherati da atti di terrorismo e anonimi accordi commerciali.

 

Sono troppi, infatti, i segnali che collimano. Il petrolio che, contro ogni fondamentale, risale sopra gli 83 dollari al barile. Ad esempio. Oppure il fatto che, guarda caso, le principali banche d’affari sapevano già del buon esito della trattativa sul minerale ferroso e hanno approntato desk apposta per creare un mercato di derivati su commodties ad hoc, simile a quello usato per trattare swaps su petrolio e alluminio, il cui volume di transazioni potrà superare i 200 miliardi di dollari. Qualcuno le notizie, anche apparentemente insignificanti, le legge. O, addirittura, le fa. Come diceva Gordon Gekko in “Wall Street”.

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