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CRISI/ Altro che Irlanda, che libertà vogliono i nostri imprenditori?

Pubblicazione:lunedì 12 aprile 2010

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Sebbene sia necessario prendere queste classifiche sempre con molta prudenza, perché i risultati dipendono in modo marcato dalla composizione dell’indice utilizzato per elaborare la classifica finale, ovvero da quali sottoindici si considerino e dal peso attribuito agli stessi, tuttavia le conclusioni che vedono l’Italia in coda sia per quanto attiene alla libertà dal fisco, alla libertà dallo Stato, alla libertà dalla regolazione, dipingono un quadro sul quale è necessario che tutti (istituzioni, partiti, sindacati, ecc.) riflettano attentamente, perché il problema è serio e va affrontato rapidamente e concretamente. Perché non c’è dubbio che libertà e benessere sono fortemente correlati.

 

 

Ma quale è davvero la libertà che vogliono i nostri imprenditori? E’ solo libertà da qualcosa? In effetti, sebbene concordiamo con molti dei risultati del rapporto dell’Ibl, e anche con molte delle proposte contenute nel documento stesso, tuttavia l’impostazione complessiva della ricerca ci lascia piuttosto perplessi. E i dubbi derivano dai fondamenti antropologici alla base della definizione di libertà adottata nel lavoro.


Si legge infatti nel capitolo introduttivo del lavoro che ….l’idea di libertà economica può essere abbastanza chiaramente associata con la possibilità per ciascun individuo o impresa di fare l’uso desiderato delle proprie risorse, col solo limite di non aggredire il prossimo o gli altrui diritti. Quindi, la libertà economica tendenzialmente è maggiore laddove siano minori i vincoli non strettamente necessari al libero dispiegarsi dell’iniziativa individuale


Si tratta di una definizione di libertà che non ci convince (e che, a pensar male, potrebbe anche essere utilizzata in modo strumentale a danno degli stessi imprenditori) perché non considera come accanto ad ogni libertà debba esservi sempre una corrispondente responsabilità. Non è probabilmente un caso se il termine “libertà” compare nel documento ben 187 volte (in 19 pagine di testo) mentre il termine responsabilità è completamente assente in tutta la ricerca (letteralmente, nel senso che compare 0 volte). E probabilmente non è nemmeno casuale che in testa alla classifica della libertà economica si collochi l’Irlanda, ovvero uno dei Paesi che più hanno tratto giovamento dalla euforia pre-crisi e che più stanno soffrendo oggi per le conseguenze di comportamenti scarsamente responsabili.

 


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COMMENTI
12/04/2010 - commento (Carlo Bernasconi)

'il dovere di pensare e agire per la propria impresa, per la propria comunità, per il proprio territorio, in un’ottica di lungo periodo' da questa definizione a me sembra che l'imprenditore sia una sorta di benefattore,a cui dedicare vie e monumenti. Se questa e' l'idea di imprenditorialita' responsabile secondo me ha ragione chi dice che noi italiani siamo proprio comunisti. L'impresa e' semplicemente una forma di iniziativa privata, tutto qua, mentre oggi ci si aspetta che l'imprenditore si prodighi per il benessere della comunita'. Domanda, ma lo stato allora che ci sta' a fare? La comunita' quali responsabilita' ha? L'imprenditore oggi subisce la comunita', quanto lo stato, non gli si fanno offerte, ne' lo si corteggia, perche' mai una persona che ha la capacita' di fare soldi deve dare dei vantaggi a chi in cambio non gli offre nulla, ma semplicemente ringrazia, lo loda, ma sostanzialmente impone le sue regole? Per questo siamo comunisti, perche' l'imprenditore non e' per noi una bella donna da corteggiare per farla stare con noi, ma e' qualcuno che vuole fare di testa sua a casa nostra, e non va bene, deve stare alle nostre regole. In italia, l'imprenditore non e' un ospite, ma un intruso, per quello che se na va all'estero da chi gli offre di piu'. Il benessere della societa' e' responsabilita' della societa' stessa,non dell'imprenditore. Se l'imprenditore e' il contadino, il terreno e' l'italia, e se e' arida nessuno la vorra' coltivare.