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Economia e Finanza

CRISI/ Altro che Irlanda, che libertà vogliono i nostri imprenditori?

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Anche il riferimento “al libero dispiegarsi dell’iniziativa individuale” mostra come all’imprenditore sia attribuita una soggettività puramente individuale, e non personale e relazionale, dimenticando così come l’imprenditorialità sia un’attività in cui la capacità di porsi in relazione con gli altri è invece assolutamente predominante: anche nel mondo delle imprese vale la regola che da soli di strada se ne fa poca mentre assieme si può andare lontano.


La grande forza dimostrata dalla nostra imprenditorialità in questi due anni di grave crisi è derivata, a nostro avviso, proprio dalla straordinaria capacità di imprenditori e lavoratori di cooperare e fare squadra, affrontando assieme e condividendo le impressionanti difficoltà di una congiuntura particolarmente avversa. Un livello di disoccupazione ancora contenuto e il sostanziale mantenimento della capacità produttiva sono segni evidenti di questa capacità di dare forza alle relazioni.


La nostra sensazione è che la libertà che vogliono gli imprenditori consista nella richiesta di poter agire liberamente responsabilmente piuttosto che nella pretesa di poter fare quello che vogliono. Avendo anche ben chiaro che accanto al “limite di non aggredire il prossimo o gli altrui diritti” c’è anche il dovere di pensare e agire per la propria impresa, per la propria comunità, per il proprio territorio, in un’ottica di lungo periodo. Questi sono i veri vincoli della libertà responsabile.


Di tutta la zavorra ulteriore che frena la nostra imprenditorialità, a cominciare da uno Stato spesso invadente e sempre burocratico, dobbiamo oggi liberarci. Lo impone una situazione che resta fragile e incerta. Nella certezza, come è stato più volte ripetuto a Parma, che se cresce l’industria cresce il Paese.

 

 

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COMMENTI
12/04/2010 - commento (Carlo Bernasconi)

'il dovere di pensare e agire per la propria impresa, per la propria comunità, per il proprio territorio, in un’ottica di lungo periodo' da questa definizione a me sembra che l'imprenditore sia una sorta di benefattore,a cui dedicare vie e monumenti. Se questa e' l'idea di imprenditorialita' responsabile secondo me ha ragione chi dice che noi italiani siamo proprio comunisti. L'impresa e' semplicemente una forma di iniziativa privata, tutto qua, mentre oggi ci si aspetta che l'imprenditore si prodighi per il benessere della comunita'. Domanda, ma lo stato allora che ci sta' a fare? La comunita' quali responsabilita' ha? L'imprenditore oggi subisce la comunita', quanto lo stato, non gli si fanno offerte, ne' lo si corteggia, perche' mai una persona che ha la capacita' di fare soldi deve dare dei vantaggi a chi in cambio non gli offre nulla, ma semplicemente ringrazia, lo loda, ma sostanzialmente impone le sue regole? Per questo siamo comunisti, perche' l'imprenditore non e' per noi una bella donna da corteggiare per farla stare con noi, ma e' qualcuno che vuole fare di testa sua a casa nostra, e non va bene, deve stare alle nostre regole. In italia, l'imprenditore non e' un ospite, ma un intruso, per quello che se na va all'estero da chi gli offre di piu'. Il benessere della societa' e' responsabilita' della societa' stessa,non dell'imprenditore. Se l'imprenditore e' il contadino, il terreno e' l'italia, e se e' arida nessuno la vorra' coltivare.