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CRISI/ Altro che Irlanda, che libertà vogliono i nostri imprenditori?

Al Convegno di Confindustria di Parma si è parlato di imprese, riforme, "quarto capitalismo" e libertà. Ma gli imprenditori come intendono, realmente, la libertà? Lo spiega GIOVANNI MARSEGUERRA

manager_ricostruireR375.jpg (Foto)

Il Convegno di Confindustria di Parma dello scorso fine settimana su Libertà e benessere. L’Italia al futuro, che ha celebrato i 100 anni dell’associazione degli industriali, ha avuto il merito di porre al centro dell’attenzione dei media e della politica il mondo concreto e reale della produzione e dell’imprenditorialità che crea ricchezza per tutti. Si tratta di una iniziativa meritoria, particolarmente apprezzabile in un momento in cui la politica sembra invece più interessata a litigare piuttosto che a unire le forze per superare un momento ancora assai difficile.


Molti, e tutti interessanti, sono i temi emersi nel corso dei due giorni di incontri e relazioni: dalla constatazione della sostanziale tenuta, nell’anno appena trascorso, dei distretti e delle piccole imprese, all’emergere sempre più forte di quel quarto capitalismo fatto di medie imprese in grado di coniugare il tradizionale legame con il territorio della nostra imprenditorialità, con la capacità di competere efficacemente in uno scenario sempre più globale.


E ancora: l’importanza attribuita dai nostri imprenditori alla capacità di investire, di innovare e internazionalizzarsi. Forte è stata anche l’enfasi sulla necessità delle riforme: la riforma fiscale, con l’introduzione di sgravi fiscali per le aziende e i lavoratori e una lotta più serrata all’evasione fiscale (in un Paese in cui meno dell’1% dei contribuenti dichiara redditi superiori ai centomila euro), la non più rinviabile riqualificazione della spesa pubblica e la riforma energetica con il ritorno al nucleare.


Ma lo spunto forse più interessante e innovativo di tutto il Convegno (ripreso anche nel titolo) è venuto dal rapporto sulla libertà di intrapresa in Europa, elaborato dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl) per conto di Confindustria, dal quale emerge come l’Italia sarebbe ultima in Europa per la libertà di attività economica.

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COMMENTI
12/04/2010 - commento (Carlo Bernasconi)

'il dovere di pensare e agire per la propria impresa, per la propria comunità, per il proprio territorio, in un’ottica di lungo periodo' da questa definizione a me sembra che l'imprenditore sia una sorta di benefattore,a cui dedicare vie e monumenti. Se questa e' l'idea di imprenditorialita' responsabile secondo me ha ragione chi dice che noi italiani siamo proprio comunisti. L'impresa e' semplicemente una forma di iniziativa privata, tutto qua, mentre oggi ci si aspetta che l'imprenditore si prodighi per il benessere della comunita'. Domanda, ma lo stato allora che ci sta' a fare? La comunita' quali responsabilita' ha? L'imprenditore oggi subisce la comunita', quanto lo stato, non gli si fanno offerte, ne' lo si corteggia, perche' mai una persona che ha la capacita' di fare soldi deve dare dei vantaggi a chi in cambio non gli offre nulla, ma semplicemente ringrazia, lo loda, ma sostanzialmente impone le sue regole? Per questo siamo comunisti, perche' l'imprenditore non e' per noi una bella donna da corteggiare per farla stare con noi, ma e' qualcuno che vuole fare di testa sua a casa nostra, e non va bene, deve stare alle nostre regole. In italia, l'imprenditore non e' un ospite, ma un intruso, per quello che se na va all'estero da chi gli offre di piu'. Il benessere della societa' e' responsabilita' della societa' stessa,non dell'imprenditore. Se l'imprenditore e' il contadino, il terreno e' l'italia, e se e' arida nessuno la vorra' coltivare.