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LAVORO/ I dati parlano chiaro. All’Italia non servono sussidi alla disoccupazione

Pubblicazione:sabato 24 aprile 2010

operaio_cantiereR375.jpg (Foto)

Leggendo questo dato, seppur limitatamente, solo nell’ottica dello strumento di ammortizzamento sociale, il risultano non stupisce. Il sussidio unico di disoccupazione interviene, anche quando generosamente, solo in caso di perdita definitiva del posto di lavoro. Al crescere del sussidio, cresce indirettamente l’incentivo per il datore di lavoro al licenziamento, ancor più quando il sussidio grava interamente sulle casse dello Stato; l’azienda risparmia sul costo fisso del lavoro e il licenziato è coperto per qualche mese dal contributo statale.

 

L’assegno mensile, oltre a garantire un reddito al lavoratore, spesso placa anche le tensioni pubbliche causate dalla diminuzione dei posti di lavoro, non surriscaldando, perciò, il dibattito politico e sociale. Il risultato è che non c’è ragione perché le imprese si ingegnino per trattenere i lavoratori in esubero e questo determina tassi di disoccupazione che, in periodo di crisi, rischiano di essere galoppanti. Nei Paesi che sposano questo modello di protezione al reddito, il lavoratore sa che in un tempo relativamente breve riuscirà a trovare un’altra occupazione. Questo, però, durante una fase economica “normale”; gli effetti della crisi sul tasso di disoccupazione medio attendono di essere osservati e non si prospettano positivi.

 

Il sistema italiano è, invece, essenzialmente diverso. Il legislatore italiano ha sempre preferito proteggere il posto di lavoro, senza incentivare le aziende a licenziare, bensì a sospendere i rapporti di lavoro, a congelare le posizioni. Questo determina, pur con le sue distorsioni, quel fenomeno di lungo riassetto, di graduale assorbimento delle perdite, che è tipico delle imprese italiane durante la crisi. Imprese, che, a ogni modo, non sono incentivate a terminare i rapporti e che, spesso nel mondo produttivo medio/piccolo italiano, fanno di tutto per non arrivare ad approvare una riduzione dell’organico. Infine la flexicurity “alla danese” esige un contesto strutturale complesso nel quale l’Italia è largamente carente: efficienti servizi al lavoro, adeguata formazione, monitoraggio del mercato del lavoro.

 

Se quindi questa prima critica è smentita dai dati comparati, un seconda è sconfessata dal dato giuridico. È ricorrente il giudizio di iniquità del nostro sistema di ammortizzatori sociali, che proteggerebbe solo il dipendente a tempo indeterminato, abbandonando al loro destino i contratti atipici, pur molto diffusi.

 

Negli anni 2009 e 2010 le misure anticrisi hanno moltiplicato i fruitori di strumenti di sostegno al reddito, che ora sono rivolti anche agli apprendisti, ai somministrati, ai lavoratori temporanei e ai co.co.pro. Questo è noto, in realtà, anche ai critici, che, difatti, solitamente non sostengono l’allargamento dei beneficiari, quanto quello dei requisiti per l’accesso ai sussidi.

 

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